Utopia di Mezzano

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Luogo: Scuola primaria di Mezzano, classe V
Data: 6 aprile 2016
Gruppo: 17 bambine/bambini
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013; F. Casolo, A. Ehsani, Stanotte guardiamo le stelle, Feltrinelli 2016; Tommaso Moro, Utopia, varie edizioni; Aude De Tocqueville, Atlante delle città perdute, Bompiani
In aula con me: Insegnanti Tiziana Spadon, Silvia Sartori, Cornelia Loss
Bambini: Alessia, Bertan, Giulia, Elisa, Michele, Paride, Nicola, Isabel, Eleonora Z., Serena, Anita, Irene, Azzurra, Eleonora S., Veronica, Simone, Mattia

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

 

Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Mezzano.

Simone dice l’acqua. «Farei in modo di fare un canale in cima, così è più pura l’acqua, che verso in cima, su dove c’è la roccia, e poi nel bosco costruire come dei sentierini per passare». L’idea di realizzare un canale a partire dalla parte alta del torrente è una novità. L’acqua verrà usata anche per «irrigare i campi» e viene anche l’idea che in alto «se ti attaccano ti puoi difendere».

Michele: «Stabilire delle regole». È tra i primi bisogni. Anche Mattia è d’accordo.

Giulia: «Tagliare la legna per fare il fuoco».

Nicola: «Costruire un porto sulla spiaggia, perché… per le navi che arrivano».

Paride: «Procurarsi il cibo». I campi non li farebbe proprio in alto, ma più in basso di quanto ipotizzato da Simone.

Eleonora Z.: «Io pianterei nel bosco un fiore, per dare un po’ più di colore al bosco». Se il bosco non avesse fiori, dovremmo piantarli. Eleonora dice quindi che porterebbe con sé dei semi.

«Io forse farei sulle rocce, in cima, come una miniera per prendere i minerali», dice Mattia.

Elisa: «Io direi, visto che c’è il torrente che passa e che taglia l’isola a metà, di fare un ponte».

Simone: «Io costruirei sopra la miniera una torretta, per avvistare tutto il territorio, una torretta alta abbastanza; poi farei arrivare un po’ d’acqua dove ci sono gli alberi, forse se sono alberi da frutto, per avere tutti i frutti. Poi tagliare alberi per costruire le capanne».

Veronica: se è caldo «bisogna irrigare».

Azzurra: «Dietro la casa io farei delle barriere, perché se viene una frana…». Ecco le barriere antifrana, a cui altrove non si è pensato.

Michele: «Non sono tanto d’accordo con l’idea dell’Eleonora, perché avrei messo dei pali colorati per segnalare la strada: se ti perdi nel bosco segui i pali fino ad arrivare alla casa o alla spiaggia». I fiori invece potrebbero rompersi o marcire.

Azzurra: «Io i fiori li metterei, però magari alla fine, quando abbiamo fatto la casa e tutto il resto».

Paride: «… tipo nel giardino».

Serena: «Lui ha detto che si possono rompere i fiori… ma allora anche qua da noi si possono rompere». E, in effetti, nei campi attorno a Mezzano si vedono splendide distese di fiori.

Eleonora Z.: «Basta stare attenti».

Eleonora S.: «Si possono fare in un posto meno pericoloso… vicino alla spiaggia fai delle aiuole». Ad esempio.

Andiamo su un tema che ha preoccupato molto altri bambini in altre utopie: la questione del tagliare gli alberi. Come regolarsi. Mattia: «Solo su quelli malati e vecchi». Paride: «Bisognerebbe tagliare quelli secchi e quelli lì dove c’è il bosco troppo fitti, per fare un po’ di luce così si vede meglio».

«Quelli secchi vanno bene per fare la legna da bruciare»; forse anche per fare le case.

Un bambino interviene per fare una proposta più articolata: «Io avrei fatto in questo modo. Qua in basso delle mura, per difendersi anche; poi come ha detto Simone che non l’ho disegnato mettere anche una torretta; poi mettere anche degli animali per cacciare, per mangiare [allevamento]; poi basta». Così Mattia.

Elisa: «Potremmo mettere anche delle pecore per fare la lana». Con la lana si può fare il letto, le coperte, le maglie. E così abbiamo i tre bisogni fondamentali individuati da Socrate e Platone e alcuni in più.

Nicola: «Passare sull’altro versante dell’isola e fare un passo». Anche questa è una novità rispetto ad altre utopie: si tratta di un passo montano.

Eleonora Z.: «Secondo me non c’è bisogno delle abitazioni». L’idea appare inaspettata per il gruppo. Vediamo più precisamente qual è l’idea: «Secondo me, troverei un albero dove posso piazzarci un’amaca e sopra basta che ci siano le foglie dell’albero che fanno da tetto…».

Qualcuno ritiene che ci sarebbe il problema dei predatori.

Serena: «Sennò si potrebbe fare una casa sull’albero, [dal momento] che lei ha detto un’abitazione diversa». L’idea di Eleonora Z. si trasforma e un bambino, Paride, pensa a case sugli alberi collegate da ponti. Eleonora S. aggiunge: «Con le case sull’albero ci sarebbe più spazio per coltivare».

Sembra dunque che l’idea di Eleonora Z. abbia generato un flusso di immaginazione capace di alimentare e di essere alimentato dalle idee di altri compagni.

Elisa: «Le amache per riposarsi».

Veronica: «Questo villaggio, magari a turno, fare una specie di emporio e a turno vanno magari in un’isola, in un posto vicino, prendono delle cose che gli servono, fanno questo emporio per tutta la comunità, che se gli serve a tutti vanno a prendere le cose che gli servono». L’emporio possiamo immaginarlo così: «Sempre una casa sull’albero», dove le cose si scambiano senza denaro. Anche l’EMPORIO per la comunità, senza denaro, è un’idea nuova nelle utopie, anche se è stata sfiorata in vari luoghi, dove si è pensato di rinunciare al denaro come base dello scambio e dei rapporti economici tra gli abitanti.

Mattia: «Per me le case sull’albero, io direi di no, perché poi le radici sotto terra si espandono molto, quindi diventerebbe più piccolo lo spazio per coltivare». Ma Irene: «Secondo me quello che dice lui non è un problema, perché anche se non ci fossero le abitazioni sugli alberi, le radici crescerebbero lo stesso». Il fatto di costruire le case sugli alberi non cambierebbe il problema.

Passiamo ora ad un’altra questione. Quali sono le cose abituali a cui sarebbe bene rinunciare sull’isola? Cose insomma da non portare sull’isola.

Alessia: «Le cose tecnologiche. Tipo i computer o i telefoni: non servono tanto».

Perché? «Perché intanto siamo noi… soli», dice Simone.

«Si potrebbe costruire una specie di microfono, non elettronico, per chiamare gli altri, per il raduno se serve». Alessia pensa innanzitutto alle cose che vanno ad elettricità: anche la televisione e la radio. Sulla radio Simone non è d’accordo. Peggiorano un po’ la vita, certe cose, dice Alessia, «perché sennò si sta là tutto il giorno là davanti a loro e non si pensa alle altre cose». Paride dice che non si penserebbe ad esempio ai campi e così «seccherebbero le piante».

Mi tornano in mente le cose dette dai bambini di Gela. Eleonora S.: «Secondo me le macchine: perché primo non servono, poi inquinerebbero l’ambiente e il mare». Secondo Eleonora anche a Mezzano c’è abbastanza inquinamento: «meno della città», ma «un po’ sì».

Isabel è d’accordo sull’idea di eliminare tutte le cose tecnologiche. Tra le cose citate, c’è chi vorrebbe tenere la radio. Pensiamo alle cose studiate a proposito della preistoria: rientrano nella storia della tecnologia anche le prime asce e i primi attrezzi che si sono costruiti, i vestiti stessi… «Allora l’elettricità», dice Simone: questa è la cosa che dovrebbe essere utilizzata meno…: «se poi usiamo la televisione e c’è un cavo e si fulmina e ci sono vicino alberi, si infuoca. Secondo me per mezzo di trasporto per non inquinare, facciamo delle rotaie e dei carretti per spostarsi, tipo quelli che vedi nelle miniere».

Eleonora Z.: «Io come ha detto Alessia non porterei le cose elettroniche, quelle che funzionano con l’elettricità, perché poi per fare l’elettricità ci vogliono l’acqua e il vento [energia idroelettrica ed eolica] e si sprecano materiali». Potremmo vivere però senza nessun tipo di energia? «Secondo me quella del corpo sì; per irrigare i campi bisogna avere energia, per fare tutto bisogna avere energia. E poi non porterei neanche le sigarette».

Serena: «Io userei le biciclette piuttosto che le cose [con il motore]».

Irene: «Io non porterei le cose confezionate, come merendine… perché [si fanno] immondizie che inquinano e basta».

Michele: «Io costruirei un mulino, per fare la farina e fare il pane». Cosa non porterebbe Michele? «Un pochino le porterei, però non i telefoni; la radio e il computer per le previsioni del tempo e per fare delle email: tipo, c’è un compagno che sta male, faccio un’email che mi portino dei kit di pronto-soccorso». Michele ci ricorda che queste tecnologie potrebbero servirci a comunicare a distanza in caso di bisogno.

Paride: «Si potrebbe anche con le barche andare a pescare». Sulle cose da eliminare è d’accordo con la linea espressa finora dai compagni.

Nicola: «Io farei anche un’altra specie di energia elettrica, perché se vai nelle miniere è buio e allora [serve l’energia]».

Giulia: «Io eliminerei il computer, perché per le previsioni invece che guardarle sul computer si possono anche ascoltare tramite la radio». Ma c’è una differenza qui. Un bambino fa presente che alla radio te le dicono di un certo posto, mentre nel computer puoi cercarle dei posti che vuoi tu.

Alessia: «Secondo me il computer anche per mandare le email non servirebbe, perché si potrebbero prendere degli uccelli, addestrarli e dargli le lettere da portare».

Veronica: «Io metterei al porto due barche magari a disposizione, perché se come ho detto prima ci succede qualcosa o se qualcuno deve andare a prendere le cose e portarle all’emporio, la barca serve».

Mattia: «Io farei come una… vicino alla miniera, un posto con dei picconi e poi anche un po’ di armi, come un po’ di spade, poi una carrucola che va fino giù alle mura; e lì alle mura ci sono tutte le armi, di più, e se ti attaccano là puoi attaccare anche scendendo dalla carrucola e con una lancia la lanci e puoi colpire».

Serena: «Per me non servono il computer né la radio, perché c’è un sistema per vedere il tempo: c’è tipo una specie di ramo che si posta in base alla temperatura… se va in alto fa bel tempo…». Si potrebbe approfondire il modo in cui funzionano questi strumenti. Ma per comunicare a distanza? Vai a trovarlo di persona l’amico a cui vuoi comunicare qualcosa, dice un bambino.

Eleonora Z., tornando sulle energie, dice che si potrebbe usare il fuoco, se serve per fare luce: servirà solo la sera.

Simone: «Allora secondo me bisognerebbe fare un allevamento di api, per il miele, per addolcire le cose e anche per le candele per la miniera, senza usare l’energia elettrica. Poi un ospedalino piccolo, una diga su dove iniziano i due fiumi così se serve si può… e poi, però non so se serve, un composter, perché tipo con le bucce dei raccolti le metti là e viene terra buona per coltivare».

Eleonora S.: «Secondo me non servono neanche gli orologi, perché si potrebbe fare con le meridiane». Ci si può orientare con il sole: «Quando è scuro vai a dormire», poi costruisci una finestra nella camera dove sei e vedi quando è giorno, suggerisce Simone.

Giulia: «Non serve mandare un’email se qualcuno sta male: basta che un suo amico prenda la nave e vada a prendere le cose di cui ha bisogno».

Elisa suggerisce di avere un solo computer per tutti anziché eliminarlo e di costruire saline vicino alla spiaggia per conservare i cibi. Michele: «Costruirei una fonderia: perché prenderei la sabbia, la fonderei e creerei il vetro, perché sennò le finestre sarebbero buchi». Paride: «Io nella miniera farei un filo di ferro fino in fondo e là ci metterei le lampade con le candere: quando si va a lavorare c’è luce per vedere». Simone: «Sennò nelle pareti della miniera fare dei buchi dove mettere le candele e non dove ha detto Paride, perché forse viene dentro aria e si spengono». Ma se le candele sono dentro lampade, come lanterne, non si spegnerebbero. «Tipo se la miniera si divide, se diventa una specie di labirinto, mettere dei fili per vedere dove vai o dei cartelli nei bivi e dargli dei nomi. Poi secondo me quando si va nelle navi andare in due o di più, perché se uno sta male fa niente perché l’altro sta bene». Questa regola vale anche per andare in montagna. «Di solito in montagna non si va mai da soli», dice Paride.

Mattia: «Io toglierei tutte le cose tecnologiche e terrei solo a ciascuno un orologio, che ci sono quelli che puoi telefonare e anche fanno luce e hanno quella funzione come telefoni. E usi solo quell’orologio e altre cose tecnologiche basta. E non servono neanche le pile e l’elettricità: vanno a luce solare». Ecco dunque una specie di smartwatch.

«Secondo me se usiamo cose tecnologiche in mezzo a tutta natura non sta troppo bene».

Eleonora Z.: «Porterei varie cose. Porterei una foto della mia famiglia, dei libri da leggere, dei libri per studiare e una maestra».

Serena: «Elisa ha detto che ci vuole un computer per tutti, però non si può ricaricare, e così la gente sa che lo deve usare pochissimo». Ma c’è chi pensa che si possa caricare ancora con l’energia generata ad esempio dalla luce solare.

Vediamo un punto sulle tecnologie elettroniche legate a dispositivi con schermi (computer, televisione, telefonino). Nessuno vorrebbe le tecnologie come sono ora. Soltanto una bambina vorrebbe eliminare qualsiasi dispositivo tecnologico con gli schermi, Alessia; ora quasi tutti (13 su 17) sono attratti dall’idea di Mattia di avere smartwatches multifunzione, che possano sostituire tutte le altre tecnologie citate (televisione, computer e telefonino). Eleonora Z. precisa: «Però sinceramente io metterei un limite di tempo, tipo cinque minuti al giorno: tipo se una persona è malata chiede a qualcuno e poi basta». Dunque ci dovrebbero essere limiti di utilizzo e motivazioni particolarmente urgenti.

Abitare sull’isola

Dopo avere inserito tra i primi bisogni anche scuola, famiglia e animali domestici, si inizia a discutere di come si potrebbe abitare sull’isola: come e dove andranno costruite le abitazioni?

Inizialmente in sette preferirebbero vivere sparsi per l’isola, mentre nove preferirebbero vivere insieme in un villaggio. Anita: «Se siamo tutti insieme, se uno ha bisogno di qualcosa ha sempre vicino quegli altri; se invece è solo isolato…».

Notiamo che questa decisione potrebbe cambiare molto l’aspetto dell’isola.

Eleonora S.: «Prima Eleonora diceva di portare dei libri. Secondo me potremmo anche scrivere un libro sulla nuova avventura che abbiamo fatto e fare l’isola…». Eleonora S. preferirebbe il villaggio per vivere, «perché anche si sta più insieme».

Bertan preferirebbe vivere insieme, anche se inizialmente preferiva l’idea di vivere sparsi sull’isola.

Veronica: «Io preferei in un villaggio, con i ponti di legno come ha detto Mattia prima, e poi io toglierei la torretta: perché dovrebbero attaccarci?».

Michele: «Un villaggio, però tipo anche qualche casetta sparsa, perché se qualcuno ha una malattia contagiosa…», «o se vuole stare solitario», aggiunge Mattia… «va in quella casa e gli portano qualche cosa da mangiare se è affamato o se le procura da solo».

Paride: «Per me dall’altra parte del torrente bisognerebbe fare una stalla con un recinto per gli animali». Paride preferisce l’idea del villaggio: «il villaggio da una parte e la stalla e i campi dall’altra».

Eleonora Z. preferisce invece l’idea di vivere sparsi sull’isola: «Direi sparsi, però non del tutto: tipo, mettiamo io e la Serena facciamo una casa e una casa vicine; Anita e Irene ne fanno un’altra un po’ più lontana ma insieme, così si è sempre in due».

Serena: «Michele ha detto di fare delle casette a parte anche per chi ha delle malattie contagiose; però io a casa quando ho una malattia contagiosa non è che vado a dormire di fuori».

Anita: «Secondo me non ha tanto senso fare due case vicine qua e là, perché sei sempre lo stesso vicino a qualcuno e non hai tutti gli altri intorno». «Se proprio ce n’è uno che non è d’accordo se ne può andare», ma Anita preferisce di gran lunga l’idea di stare tutti insieme.

Azzurra: «Allora io sono d’accordo con il villaggio: per fare il villaggio però metterei sempre delle casette sparse come delle capanne, così quando qualcuno va a fare delle gite ed è lontano dal villaggio e deve stare là per la notte, può andare nella capanna». Sono capanne di tutti: «ci metterei un letto per dormire per la notte».

Isabel apprezza questa idea di avere comunque delle case sparse, «perché così anche chi vuole stare solitario oppure è un po’ arrabbiato con qualcuno va in quelle case». E lì può stare meglio. «Ci si può sfogare da soli». «E si può pensare alla ragione per la quale si è arrabbiati: magari tu pensavi che aveva sbagliato l’altro e invece [capisci che] hai sbagliato tu», aggiunge Eleonora Z.

Alessia: «Secondo me si potrebbe anche fare un villaggio, però con delle case che hanno un gran giardino, che così siano vicine ma anche un po’ isolate». L’idea delle case sugli alberi le piacerebbe.

Eleonora S.: «Io farei un cerchio di case, sempre sugli alberi, e poi in mezzo farei un punto di ritrovo».

Veronica: «Io invece che fare l’allevamento di animali, io lo farei più vicino alle case e i campi li farei più lontani; ché se magari succede qualcosa o magari c’è qualche animale che sta partorendo o magari qualche cane che sta ammazzando le galline, sei là vicino e puoi andare a vedere».

Simone vuole fare un disegno per spiegare la sua idea, che riguarda ancora una volta il tema della protezione: «Secondo me bisognerebbe fare un arco di case, così, e qua mettere una casa senza nessuno, così se ti attaccano, sono qua e vengono qua, vedono questa casa qua all’inizio e attaccano questa, [dove] però non c’è nessuno; se noi siamo qua intorno sentiamo e dopo noi ci ripariamo subito qui così e possiamo attaccare loro».

«Perché dovrebbero attaccarci?», chiede Veronica.

Azzurra: «Perché magari sono invidiosi del territorio».

Simone prosegue: «Può essere. Poi fare delle case qua e qua, per i solitari, così e qui un ritrovo tipo con un falò, un cerchio e degli alberi intorno». «Un campo base», dice qualcuno.

L’idea della casa vuota non l’avevo mai incontrata: è una casa «un po’ più grande di queste» dove si abita, che «attira l’attenzione», così gli ipotetici assalitori pensano che lì ci siano più persone e più cose.

Mattia: «Io ripensandoci le case non le farei con gli alberi, perché le possono bruciare… le farei di un altro materiale, di sassi [ad esempio, come suggeriscono alcuni amici]». «E poi – prosegue Mattia – farei anche un’altra cosa, come un campo di addestramento: in caso di attacco, prima ti puoi addestrare».

Il problema dell’essere attaccati dunque si presenta in modo imprevisto già a questo punto, mentre si immagina come andare ad abitare sull’isola.

Eleonora S.: «Secondo me l’isola è troppo piccola per farci stare tutte queste cose!». Ma un bambino: «Usiamo anche l’altra parte dell’isola [oltre a quella visibile nel disegno alla lavagna, che ne rappresenta un versante]». Giulia: «Io sono d’accordo di fare le case sugli alberi, perché sono anche più mimetizzate». Ma qualcuno dice che sugli alberi è peggio per il pericolo di incendio.

Vediamo chi sarebbe d’accordo nel fare il villaggio sugli alberi: 12, è maggioranza.

Paride: «Sugli alberi, le case si potrebbero fare con delle foglie in mezzo, così siamo più mimetizzati». Ovvero: si potrebbero mettere le case in mezzo alle foglie, per mimetizzarsi meglio. «Ma al centro di solito degli alberi ci sono i rami quelli più grossi e se li togli non puoi più costruire», dice un bambino.

Anita: «Secondo me serve… mi piace l’idea di quel cerchio là, però possono scegliere loro se attaccare dalla parte dietro dell’isola o davanti…», quindi la strategia ipotizzata prima non è detto che funzioni. Simone ascolta attentamente le opinioni dei compagni ed è pronto a rielaborare i punti deboli della posizione, modificando l’ipotesi precedente: «Fare delle case così, dentro a un cerchio, fare in quel cerchio là col fiume, arrivare e fare un canale tutto intorno, tipo un fossato e…», con un ponte levatoio. Altra idea, dunque: un villaggio circondato da un fossato con mura e ponte levatoio.

Veronica: «Sarebbe rovinare la natura, perché abbiamo un bellissimo paesaggio vicino e fare le mura alte non serve».

Ma Simone pensa a qualcuno che potrebbe attaccare lanciando frecce. Ed Eleonora Z. chiede: «Ma scusa Simone, quante volte vuoi che capiti che ci attaccano?». La domanda invita a riflettere su una circostanza: stiamo costruendo il posto in cui vivremo sempre, il villaggio, la residenza abituale nell’isola, a partire dall’ipotesi di un caso di attacco che potrebbe capitare molto raramente. Forse mai? Dunque, ha senso fare così? È un modo corretto di affrontare il pericolo ipotizzato?

Distinguiamo qui RISCHIO e PERICOLO: si parla di rischio quando un danno potenziale futuro appare dipendere dalle proprie decisioni, ad esempio quando si costruisce qualcosa dove sarebbe meglio non costruirlo. Siamo noi a volte a rischiare, ad avere comportamenti rischiosi. Si parla di pericolo quando un danno potenziale futuro appare legato a decisioni altrui o ad agenti “esterni” rispetto all’attore (es. agenti naturali). In questo caso, di cosa si tratta?

Proseguiamo. «Si può stare al mondo senza rovinare la natura?», chiede qualcuno. Mattia dice: «Io saprei una cosa senza rovinare la natura: basterebbe di non fare nessuna mura… nella parte alta della montagna scavi e fai come una grande abitazione e ti costruisci anche una fonderia, che così ti fondi i metalli e ti puoi fare delle porte più resistenti». Si potrebbe così abitare «dentro la roccia». Ci abiterebbero in cinque. Sono maschi, nota qualcuno. C’è umido, dice una bambina.

Notiamo come cambiano le cose: prima sembrava di vedere un villaggio a cerchio sugli alberi, ora si vedono grotte scavate nella montagna abitate dai maschi dell’isola, con le porte di metallo e le fonderie… Nicola: «Anche io sono d’accordo con l’idea del Mattia, che poi puoi costruirla anche vicino alla maniera, così poi sei comodo a prendere i metalli e a fonderli». «Fai una casa che si può abitare, con le finestre così arriva il sole e [fatta] così che ti difendi». Eleonora Z. pensa a un pericolo: «E se la grotta frana?».

Serena: «Sempre sul discorso degli attacchi: per me la casa nella roccia si potrebbe farne una più grande, per quando ci attaccano andare lì a rifugiarci». Si intende così, dunque. Anche Mattia intende questo. Si vive dunque nel villaggio sugli alberi e c’è una casa rifugio nella grotta.

Giulia: «Visto che a fare delle mura si rovinerebbe l’ambiente, si potrebbero mettere delle siepi alte». «Con le spine!», aggiunge subito Mattia. Oppure «una rete di filo spinato», pensa qualcuno, ma non trova grande consenso.

Michele: «Io farei, invece di rovinare l’ambiente facendo tipo cose come le mura, farei delle trappole tipo con la rete». Così se qualcuno viene può essere intrappolato. Paride: «Sennò dei buchi coperti». Ma dobbiamo stare attenti a non fare cose che diventano pericolose per noi.

Paride: «Ho un’altra idea, che si potrebbero piantare al posto degli alberi secchi, si potrebbero piantare degli alberi da frutto».

Alessia: «Secondo me le case si potrebbero fare sia di pietra, prendendo dalla roccia i sassi, che sopra gli alberi e anche nelle caverne: perché chi vuole va là e chi vuole va là».

Eleonora S.: «Io mimetizzerei più che possiamo il villaggio, così il rischio è minore che ci attacchino».

Elisa propone, dove c’è il bosco, di fare dei posti per giocare e dei posti per attività di agility. A questo non avevamo ancora pensato.

Leggi dell’isola

Valutiamo ora l’opportunità di avere leggi oppure no. Se ci devono essere, quali saranno le principali e più importanti?

Azzurra: «Rispettare l’ambiente, non inquinarlo».

Irene: «Rispettare le persone e trattarle tutte in modo uguale».

Anita: «Che le persone vengano rispettate in modo uguale: non perché una ti sta più antipatica trattarla come un cane e quelle che ti stanno simpatiche come principi».

Serena: «Bisogna rispettare l’ambiente».

Eleonora Z.: «Anch’io direi come Serena e Azzurra, però aggiungerei che se tu fai del male a una persona ti ricambiano con il male che le hai fatto. Tipo se tu hai tolto un occhio a una persona, lo tolgono anche a te».

Isabel: «Anche la mia è come quella di Azzurra e di Serena: rispettare l’ambiente, gli animali, il territorio».

Serena riprende: «Lei ha detto che bisognerebbe ricambiare togliendoli l’occhio, ma se gliene togli a uno, hai ferito una persona; se glielo togli anche all’altro…», «… continua la lite… tu devi rirenderglielo, poi tu gli tiri un pugno, lui te lo ritira…», nota Simone.

Mattia: «Non si fa, non si dovrebbe togliersi gli occhi così».

Eleonora Z.: «Ma è che se tu pensi che dopo lo fanno a te, non lo fai».

Di questo però parliamo dopo. Ora continuiamo l’elenco delle leggi dell’isola.

Mattia: «Io direi che tutti hanno gli stessi diritti».

Simone: «Ne avevo pensata una bella, però adesso non me la ricordo più».

Veronica: «Mettersi d’accordo per i giorni di lavoro, senza litigare, perché a turno non è che tutti i giorni tutti andiamo a lavorare su nelle miniere. Ci dobbiamo mettere d’accordo».

Veronica prima aveva parlato dell’emporio, di un luogo per lo scambio. Che ne pensa del denaro? «Secondo me no, c’è lo scambio, ci scambiano le cose, perché a turno dobbiamo andare a prenderle e là tutti si scambiano». Dunque si potrebbe fare a meno del denaro. Lo pensano quasi tutti. Irene non è d’accordo: «Secondo me facendo gli scambi così si litigherebbe anche più facilmente. Perché magari uno dice che una cosa equivarrebbe a un’altra, però l’altro non è d’accordo». Con i soldi sembra dunque più semplice. Ci si accorda più facilmente. Poi «succede come alla cooperativa: se una cosa ti serve la prendiamo anche se costa tanto: non è che possiamo dire “no, io non la compro perché costa così”». Secondo Irene però lo scambio senza denaro può complicare le cose. «Bisogna cercare di mettersi d’accordo su una cosa che abbia lo stesso valore».

«I soldi sono quelli e vanno bene a tutti», dice una bambina.

Ragioniamo sulla possibilità di considerare il denaro come equivalente universale, cioè come oggetto di scambio che diventa scambiabile con qualsiasi cosa, semplificando gli scambi. Alessia dice però che i soldi generano le crisi, oppure la voglia di rubare, aggiunge un altro.

Veronica: «Scambiarsi le cose è un conto, perché se gli serve a un’altra persona la cosa, fai lo scambio con quella; però anche i soldi… eh, non so».

Siamo così di fronte al dubbio, all’esigenza di approfondire pro e contro dello scambio e del denaro, magari facendo ricerche sul tema. In tante isole il timore riguardo ai soldi è il timore di avere ricchi e poveri sull’isola. Con i soldi potrebbero formarsi gruppi di persone ricche.

Eleonora S.: «Secondo me si possono anche tenere tutte le cose, perché siamo in un’isola tutti insieme: neanche scambiarle secondo me. Tipo uno se li tiene, tipo una biblioteca: prendi i libri e poi li restituisci». Eleonora Z. osserva che non si possono però restituire cose che sono state consumate (ad esempio, il cibo). Forse può essere sostituito contribuendo a produrne di nuovo per altri.

Seguendo l’ipotesi di Eleonora S., non c’è neanche scambio, in realtà, perché tutto è di tutti.

Veronica interviene per fare una precisazione: «Perché è il discorso che ho fatto io prima, che a turno qualcuno metteva le cose in questo emporio e tutti le potevano prendere. Quello è come uno scambio, che tutti quelli del villaggio mettevano una cosa e alla fine era uno scambio, solo che senza [denaro o scambiarsi direttamente le cose]».

Secondo Veronica, il lavoro su quest’isola consisterà nel riempire l’emporio: tutti possono andare a prendere ciò di cui hanno bisogno, «nelle quantità giuste, perché se poi [le cose] servono a qualcun altro». Simone propone che ci sia qualcuno che sta a controllare, come anche Eleonora Z. Potrebbe anche esserci un custode con le chiavi che apre a chi ha bisogno e annota ciò che è stato preso.

Veronica: «Irene ha detto dei soldi. Siccome noi abbiamo fatto il villaggio tutti insieme, se litighiamo il villaggio andrebbe anche a rompersi». «È la stessa cosa secondo me anche per scambiare…», dice qualcuno.

Eleonora S.: «Secondo me fuori dall’emporio ci potrebbe essere tipo una lista delle cose che ci sono e quando uno porta o prende delle cose scrive o cancella dalla lista [ciò che porta o prende]».

Abbiamo così una serie di regole per l’emporio, che sarà il nucleo dell’economia dell’isola. Quanto alla legge, Eleonora S. sottolinea l’importanza di quella che richiede di mettersi d’accordo e rispettare i turni organizzati con cura per l’emporio.

Alessia: «Secondo me rispettare le persone e l’ambiente». Alessia è d’accordo con l’idea dell’emporio: «Secondo me l’emporio: però si può anche da soli procurarsi le cose, come in un orto che è sotto casa». Insomma, non bisogna andare sempre all’emporio.

Bertan: «Rispettare l’ambiente e anche dobbiamo rispettare le persone e non inquinare».

Giulia: «Sì, sono d’accordo con le regole e come regola metterei di essere tutti onesti».

Elisa: «Io direi che queste regole vanno bene: sempre di rispettare l’ambiente e le persone che hai intorno e… basta».

Michele: «Io farei che le cose che sono di tutti, tipo il Simone oggi ha preso un cervo e lo porta al villaggio, lo macella, fa la carne e di sera o di pranzo si mangia un pezzo per ciascuno…». «Dividere le cose!», dice convinto Simone. «E se restano lo portiamo all’emporio», prosegue Michele. «Sì, è vero», concorda Simone.

Paride: «Per me per la cosa di prima si potrebbero fare i turni, tipo per andare a cacciare e a pescare. A me piacerebbe avere i soldi nell’isola: tutti in un posto, così una persona a turno va in un posto dove andare a prendere il cibo, si danno i soldi e si porta nel magazzino dove ci sono tutti i cibi. E quando una cosa sta per finire a turno si va a prenderla. Poi c’è una lista come ha detto prima Eleonora».

Nicola: «Io anch’io sono d’accordo che ci siano i soldi sull’isola, perché con lo scambio può essere che uno voglia una cosa e l’altro può essere che lui a quella cosa tenga e allora non vuole dargliela». Secondo Nicola la soluzione dell’emporio dove tutto è di tutti può funzionare.

Simone: «Bisogna condividere le cose: almeno se prendo qualcosa, non tenermela per me e dire “no, l’ho presa io e la tengo io”; ma dividerla con gli altri e poi secondo me i soldi non servono; che poi forse viene come qua, che vengono fuori le guerre; è meglio lo scambio, perché se hai lo scambio puoi discutere; con i soldi anche, ma dopo viene fuori che si rubano le cose».

Nicola: «Quando decidi di fare qualcosa, non puoi decidere solo te, devi sentire anche il parere degli altri». Simone riprende: «Secondo me, sempre della cosa di prima delle case e di come difendersi: metterei fuori tutto quello che abbiamo detto e le case fare una specie di cammino, un tondo, con una scalinata che si va giù sottoterra con una botola che si chiude e si apre e sotto ci sono tutte le case, così le case restano al sicuro. E poi per arrivare all’altra parte dell’isola, invece che passare tutto fare una galleria…». Così troviamo l’ipotesi del passo e quella della galleria.

Veronica: «Però per scavare servirebbero i macchinari…», macchinari inquinanti! Li avevamo esclusi. Ma si può fare a zappa e piccone, come dicono alcuni bambini? «Ma piano piano», dice un bambino.

Serena: «Come ha detto Eleonora, per me non servono né i soldi né lo scambio, perché è un villaggio di tutti, quindi dovremmo avere come ha detto Veronica l’emporio che è di tutti: uno va a prendersi le cose senza esagerare. Non bisogna esagerare con le cose perché sennò…».

Eleonora Z.: «Io direi che i soldi… dove te la procuri tutta la carta per farli e tutto il metallo…? Insomma: non te ne puoi procurare così tanti». Sull’ipotesi delle grotte sotterranee, Eleonora Z. fa presente il rischio che possano crollare, se sopra ci passasse qualcosa di molto pesante.

Anita: «Come ha detto lei prima, è meglio con i soldi, perché si stabilisce il prezzo e poi [si possono acquistare le cose]».

Azzurra: «Sono d’accordo con Michele: tipo quando qualcuno va a cacciare non è che si tiene la cosa per sé, ma la divide con tutti e poi quello che avanza si porta all’emporio. E poi voglio fare due domande: non ho capito se quando ci attaccano voi volete nascondervi o volete combattere?». La seconda domanda non viene più in mente.

Mattia: «Io la cosa che ha detto Michele quasi tutto mi va bene, tranne la cosa finale: che quello che resta io non lo porterei all’emporio; lascerei gli animali carnivori che così non ci sono troppi animali e il cibo che resta lo do agli animali». Così Simone: «Così dopo si nutre uno, dopo diventano più belli forti, dopo si nutrono e diventano un milione di volpi…», e c’è più da mangiare.

Alessia non è d’accordo sulla regolamentazione rigida dei turni: se uno vuole andare a pescare deve poterlo fare anche se non è il suo turno. «Però deve dirlo», precisa qualcuno.

Simone sottolinea che bisogna chiedere: anche per costruire una capannina, bisogna chiedere e non farla subito senza chiedere… «perché [altrimenti] dopo viene fuori una lite tra il villaggio e non è bello».

Abbiamo dunque le nostre leggi. Ma che si fa se qualcuno non le rispetta?

Michele: «Come qui, va in una celletta, in una cella per qualche giorno e poi se si è pentito si lascia fuori». Nella cella «viene lasciato da solo, solo con mezza brocca d’acqua».

Irene: «Secondo me dipende anche da cosa ha fatto, perché se magari ha rubato qualcosa di poco valore può anche ridargliela; invece se ha ucciso una persona deve essere punito, ma non in modo estremo secondo me». Azzurra ipotizza che il colpevole sia cacciato dall’isola. Irene: «Magari lasciarlo isolato per un certo periodo». In futuro «può tornare a vivere con gli altri».

Ciò che va fatto «dipende anche da come la uccide [una persona]», aggiunge una bambina.

Anita: «Secondo me va bene quello che ha detto lei: poi se uno ha fatto qualcosa di grave come uccidere, non è che viene mandato via, però deve dimostrare che è pentito».

Si pensa in generale a una prigione.

Si vede un letto, «come vedi nei film», dice Simone: «tipo un coso come un asse di legno, che dorma là, e delle sbarre di ferro: se c’è la miniera e anche della roba per fondere, fondi delle sbarre di ferro».

Paride: «Io sulla cosa di prima di condividere il cibo farei un falò con intorno delle panchine e si va là a pranzo colazione e cena, a una certa ora: si va là a una certa ora e si mangia insieme». La stessa porzione, tra l’altro. Paride è anche d’accordo sulla prigione: a cambiare con la gravità di ciò che è stato fatto sono i tempi, la durata del periodo da trascorrere in prigione.

Eleonora Z.: «Secondo me si può fare una cella, magari un po’ più accogliente e con un letto normale, solo che per punizione, al posto di lasciarlo lì a non fare niente, fare dei lavori per aiutare la comunità». C’è chi teme che facendo i lavori possa fare male ad altre persone, c’è chi pensa subito a fare lavorare il prigioniero in miniera. Eleonora Z. ha invece cambiato idea sulla legge del taglione ispirata ad Hammurabi, richiamata in precedenza. «Dipende da cosa ha fatto, si mette tot mesi o tot anni a coltivare e a fare i lavori per la comunità». Simone sembra d’accordo e preicsa: «A fare i lavori più duri, tipo andare in cava».

Simone: «Secondo me non bisogna cacciarli dall’isola, perché forse dopo quando l’hai cacciato ci ripensi e dici “era una persona anche brava”, “brava a lavorare” e così… magari ti penti di averla cacciata».

Alessia: «Prima di fargli qualunque cosa, bisogna prima chiedergli se si è pentito e se non lo farà più e tutto; perché magari lo lasci libero…». Inoltre, bisogna capire perché lo ha fatto. Anche le maestre domandano se siamo consapevoli di avere fatto cose che non andavano fatte in alcuni casi, ricorda Simone.

Elisa: «Io direi che la prigione invece di farla come ha detto Michele in una cella, direi di scavare una buca in una montagna e farla là».

Michele: «Io farei fare i lavori… socialmente utili», a chi non ha rispettato le leggi.

Risulta che sull’isola Eleonora Z. soltanto vorrebbe la scuola. Eppure la scuola di Mezzano sembra molto bella e accogliente. Cosa si potrebbe cambiare o migliorare? Azzurra: «Non è che non voglio andare a scuola, perché mi piace, ma vorrei avere più tempo libero per giocare». Questo è un invito a riflettere sul rapporto tra scuola, gioco e apprendimento. Eleonora S.: «Secondo me io porterei dei libri per studiare, ma solo che quando mi sento che mi sono dimenticata mi metto un po’ a studiare». Alcuni dicono che migliorerebbero le pulizie. Michele: «Io non la farei perché se dobbiamo costruire un villaggio e allevare il bestiame, non abbiamo tempo per stare a scuola; però portare dei libri per studiare sì». Si potrebbe anche studiare per conto proprio. Oppure si potrebbe studiare insieme nella casa di ritrovo.

Simone: «Io la scuola non la porterei per tre cose: una perché occupa molto spazio, perché è anche grande la scuola; due perché abbiamo anche altri lavori; e tre a me, io preferisco lavorare, tipo andare alla stalla. Anche nella vita reale. Però libri per studiare sì».

Eleonora Z. però porterebbe la scuola: «perché insomma neanche tanto grande, perché poi siamo solo una classe. Ma poi come fai a calcolare gli spazi di un villaggio, per esempio, se non sai la matematica?». L’apprendimento dunque è necessario proprio per fare tutto ciò che si vuole fare, e per farlo bene. E aggiunge: «A parte che non sono ancora d’accordo con il villaggio e mi piacerebbe avere l’amaca sull’albero». «Se poi ti devi costruire una casa e fai un’asse lunga così e la casa dev’essere lunga così…», che fai?

La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Mezzano.

Michele: «Democrazia per me». Il rischio di confusione si può affrontare «facendo come prima, che abbiamo fatto “chi vuole questa decisione, alza la mano e chi no non la alza” e vince la maggioranza». Dunque si fa democrazia con votazione e legge di maggioranza. Ma se fossimo in 100, quando 51 vogliono una cosa e 49 vogliono quella contraria, che fare? Ci sarebbero 49 persone non d’accordo sulla decisione che si prende. Potrebbero venirne dei problemi?

Una decisione come quella di costruire fossati e mura, ad esempio, diventa collettivamente vincolante, vincolante per tutti, anche se non tutti sono d’accordo.

Isabel: «Per me l’oligarchia, perché se siamo in troppi non riusciamo più a deciderci; se siamo uno, forse tutti gli altri non sono d’accordo; se siamo un gruppetto di persone, possono riuscire a mettersi d’accordo». Ma come si sceglie? «Tutti quanti votiamo una persona» e le persone più votate diventano membri del gruppo dei pochi. Dunque ci sono elezioni: gli eletti vengono cambiati ogni po’ di tempo. C’è chi propone due anni, ad esempio. Michele si dice d’accordo.

Eleonora Z.: «Secondo me bisognerebbe votare, però due persone solo: che una rimane in un posto, tipo scrive le leggi e invece l’altra va dal popolo, ascolta quello che vorrebbero, e lo riporta a quello che scrive, insomma». Ci sarebbe il problema dell’affidabilità di chi riporta: «ma votiamo noi e scegliamo qualcuno di cui tutti si fidano». Si tratta di trovare una persona capace di mettere in contatto chi scrive le leggi e il popolo con i suoi bisogni.

Anita: «Secondo me va bene fare così, poi magari si mette una regola che quando si risceglie non si possono rimettere le stesse persone». Dunque, nessuno potrebbe essere eletto due volte di fila.

Veronica: «Magari siamo in venti su quell’isola: quindici si fidano e cinque no. Magari cinque non si fidano: cosa fai lo lasci andare [quello che è stato votato da 15] o scegli qualcun altro?». Può capitare che uno appaia buono e carino e poi non lo sia. Eleonora Z. dice che si potrebbe eleggere una persona «per un mese, così non si monta la testa». Occorre fare in modo che il potere non “dia alla testa” di chi lo detiene: sembra che l’effetto cresca col passare del tempo e con l’abitudine ad averlo.

Se il turno dura troppo poco, potrebbe capitare che le decisioni prese da chi è in carica un mese vengono abbandonate da chi arriva dopo. Mattia: «Uno decide di fare una cosa e la fa: quando è finita, si elegge qualcun altro e decide se vuole cambiare qualcosa… la fa, quando è finito [si elegge un altro]». Insomma: una volta presa una decisione, la si realizza andando fino in fondo, poi si scelgono altri responsabili delle decisioni.

Anita: «Secondo me è meglio non fare ogni mese le cose per scegliere chi va, ma magari un po’ di più, per evitare il rischio che uno inizi una cosa che poi viene cambiata».

Eleonora Z.: «Bisogna fidarsi delle persone, sennò che persona è quella? Una persona non è una vera persona se l’altra persona non sa che si può fidare di lei».

Anita dice che non tutti possono avere la fiducia di tutti: «Magari uno si fida pienamente [di qualcuno], ma altri possono non fidarsi». Fiducia vuol dire «affidarsi a…»; «che se tu gli dici qualcosa, sei sicuro che non va a dirla…»; «affidare qualcosa di sé a qualcun altro». La fiducia sarà fondamentale in tutta l’isola: anche nell’emporio, nel fare le quantità giuste.

 

Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Ci dovranno essere gli adulti sull’isola immaginata dai bambini di Mezzano?

Ad una prima votazione, prima ancora di parlare, una bambina soltanto dice che gli adulti potranno venire sull’isola. Nessuno li vuole però escludere: la maggioranza (16 bambine e bambini) pensa invece che possano venire, a certe condizioni. Insomma, né sì né no alla presenza degli adulti sull’isola, ma una via di mezzo.

Sentiamo Alessia, per iniziare: «Io dico che gli adulti ci possono anche aiutare a fare i lavori e anche insegnare a farli meglio».

Paride: «Io una via di mezzo: potrebbero venire a trovarci qualche volta all’anno e ci potrebbero anche aiutare». Ma non dovrebbero aiutare lì per sempre «perché potrebbero darci anche fastidio: cioè noi normalmente facciamo una cosa e loro ci dicono come farla meglio, ma noi crediamo che con il nostro metodo si faccia meglio». In questo dunque c’è il fastidio, anche se Paride riconosce che a volte ci possano insegnare a fare meglio. «Ci possono aiutare e farci trovare delle cose: però solo i nostri parenti e genitori».

Michele: «Perché di solito gli adulti sono… hanno più, tipo ci comandano qualche volta, perché noi siamo più piccoli e loro sono più importanti alla fine, perché sono più grandi. E allora non è tanto bello, perché l’abbiamo creata noi [l’isola] e poi gli adulti di solito sono loro che fanno le guerre, che creano le guerre, che disturbano l’ambiente, che abbattono gli alberi, che inquinano» [28:30]

Giulia: «Gli adulti ci possono anche dare dei consigli se noi non riusciamo a fare qualcosa, quindi ci possono essere utili certe volte». Però non li farebbe vivere nell’isola «perché certe volte sono un po’ pesanti e magari noi vogliamo fare delle cose e loro invece non ci lasciano; quindi non mi piacerebbe».

Eleonora Z.: «Secondo me gli adulti possono anche venire, però poco, come ha detto Paride, qualche volta all’anno, per darci dei suggerimenti; però poi se vengono nella nostra isola secondo me non gli andrebbe bene niente, e bisognerebbe avere le macchine, le sigarette e i grattacieli, magari grigi, e poi toglierebbero tutti i colori. Non tutti gli adulti eh… non tutti, ma tanti, la maggior parte»… Mentre Eleonora parla molti annuiscono e si dicono d’accordo; «… quindi, insomma, se abitassero con noi, non ci sarebbe più tanta allegria».

Eleonora Z. invita anche a non generalizzare: non tutti gli adulti si comporterebbero nello stesso modo.

Anita: «Possono venire a volte secondo me, però non che se ne stanno là sempre. Perché finché si sentono ospiti stanno là e non decidono; ma [altrimenti] prenderebbero loro il comando e aggiungerebbero cose che noi non ci avremmo messo».

Irene: «Loro si sentono più potenti solo perché sono più grandi», e se ne approfittano.

Eleonora S.: «Allora, secondo me potrebbero venire qualche volta, ma non troppo; perché sennò, noi abbiamo creato la nostra isola e loro la cambiano perché non gli va bene e magari eliminano qualcosa [che noi vorremmo]».

Ma chiediamoci: gli adulti potrebbero cambiare abitudini e atteggiamento nell’isola? In generale si dice no. Veronica: «Secondo me potrebbero venire anche per le vacanze estive, siccome è vicino al mare, ma come ha detto Anita non troppo, perché sennò prendono una brutta piega, vogliono fare tutto loro e non possiamo più vivere tranquillamente la nostra isola». Non sarebbero capaci di cambiare abitudini, «perché sono talmente abituati da tanti anni che…».

«Se la lasciano così, anche per loro sì [si potrebbe vivere bene]; ma se poi la cambiano sarebbe la stessa identica cosa [di questo mondo così com’è]».

Mattia: «Io per alcuni motivi direi di no, perché a volte dicono che è troppo pericoloso tipo buttarsi giù dagli alberi… dicono che è troppo pericoloso fare delle cose quindi rovinano…». «Eh sì non è pericoloso!», dice Eleonora Z.

Eleonora S.: «Secondo me magari gli piace la nostra isola, solo che pensano che noi non siamo in grado di fare un’isola e allora la cambiano anche se gli piacerebbe come l’abbiamo fatta». Giulia aggiunge che forse pensano che i bambini non siano responsabili. Anche Bertan porterebbe gli adulti qualche volta soltanto: facendo in modo che gli adulti si sentano come ospiti, riprendendo un’osservazione di un compagno. Può poi capire che gli adulti diano ai bambini delle cose da fare, che ai bambini non sempre andrebbero bene.

Nicola: «Li porterei qualche volta sì e qualche volta no, perché poi anche ci dicono sempre di studiare, studiare, studiare; alla fine ci tolgono anche la libertà di fare qualcos’altro».

Eleonora Z.: «Ho una domanda: ma voi dite che non volete gli adulti; però prima o poi anche noi saremo adulti…».

In questo caso, si potrà decidere che gli adulti cresciuti lì possono restarci. Così Paride, Azzurra e altri.

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

«Ucciderle!», dice subito un bambino.

Eleonora S.: «Secondo me ci troviamo tutti insieme e chiediamo a queste persone, stiamo attente che non entrino nel nostro villaggio, e chiediamo che cosa hanno intenzione di fare».

«Ma non ci diranno mai che hanno intenzioni cattive», dice Eleonora S.

«Se tipo dicono: “siamo qua per fare…” e fanno così, magari li mandiamo via», così Veronica.

Si può capire anche dal modo in cui rispondono e dall’atteggiamento…

«Prego visitate l’isola»… «e poi andatevene», dice qualcuno.

Giulia: «Se hanno intenzioni buone, gli diamo da mangiare se sono tanti giorni che viaggiano e non hanno pranzato o cenato». Anche Giulia pensa però che debbano essere ospitati per un po’ e poi mandati via.

Michele: «Ovviamente lasceranno delle cose, perché gli cadranno delle cose… Allora io non li farei neanche sbarcare, perché sennò ovviamente distruggeranno la nostra isola, anche se erano di intenzioni buone. Allora non ammazzerei nessuno, ma tipo costruirei, prenderei dei giaguari, degli animali che ci sono del bosco e li lascio nella spiagga per fare prendere paura a quelli che vengono. E se non gli fanno paura, allora li mandiamo via».

Elisa: «Tipo, non sappiamo che intenzioni hanno anche se glielo domandiamo. Io direi di controllarli per vedere se hanno armi o se non hanno niente». Se hanno buone intenzioni, possiamo ospitarli, ma «proprio vivere [sull’isola] no».

Bertan propone: «Se hanno buone intenzioni gli facciamo visitare l’isola; se non hanno buone intenzioni, li mandiamo via».

Nicola: «Potremmo farli anche sbarcare, poi li ospitiamo e guardiamo che non vogliano farci del male e poi se sono buoni potremmo fare amicizia, però anche che non possono vivere [sull’isola], però potremmo fare amicizia». Potrebbe però succedere che, facendo amicizia, poi alla fine ci venga voglia di farli abitare con noi? Non si sa.

Eleonora Z.: «Io direi che, allora, dipende da quante persone sono: se sono poche e hanno intenzioni buone, io li ospiterei e li farei rimanere nella nostra isola. Se invece sono poche e hanno intenzioni cattive o comunque sono tante non li farei rimanere, perché sennò poi la situazione…» diventa difficile. Se sono tanti e sono buoni, il problema è di spazio.

Anita: «Secondo me bisognerebbe ospitarli insomma, se non hanno intenzioni cattive; però poi non tenerli là, anche se sono pochi, perché sennò se poi arriva anche altra gente, non sarebbe giusto ospitarne alcuni e altri no». Non ospitare i pochi e buoni, dunque, per non fare una specie di trattamento diseguale tra chi arriva prima e chi arriva dopo.

«Però non sarebbe neanche tanto educato mandarli via», riprende Eleonora Z.

«E se poi arrivasse qualcun altro?», chiede Anita.

Mattia: «Allora, io prenderei un cannone e poi lancerei a vuoto, quindi senza colpirli, a vedere se prendono le armi: se prendono le armi, io cercherei di farli andare via, forse facendo affondare la nave o qualcos’altro; sennò, se non tirano fuori le armi, fargli visitare l’isola ma poi farli andare via». In questo caso, dunque, li provochiamo con una specie di minaccia a vuoto, per vedere come reagiscono.

Azzurra: «Io non so se li farei entrare nell’isola, perché poi magari dicono “dai invitiamo qualcun altro” e poi vengono in tanti e sanno che possono entrare; invece se li lasciamo fuori, loro capiscono che non possono venire e non fanno venire più nessuno, no?».

Però così «potrebbe succedere una guerra», dice qualcuno.

Irene: «Io potrei anche ospitarli, se hanno intenzione di dare una mano». A questo aspetto non avevamo pensato: se i nuovi arrivati potessero aiutarci in qualcosa? «E poi, su quello che ha detto Mattia, secondo me se si vedessero una palla di cannone, tirerebbero fuori le armi anche se avessero buone intenzioni». Quindi la prova di Mattia potrebbe darci risposte sbagliate.

«Viene una guerra», dice Simone, nonostante nessuno abbia intenzione di attaccare. Strana questa cosa! Una guerra potrebbe nascere senza che le due parti abbiano intenzione di fare la guerra.

Eleonora Z. interviene riprendendo un dubbio precedente: «Io avrei un modo educato per mandarli via. Tu gli dici: “Sì potete rimanere”, e gli diamo un villaggio tipo… e gli diamo da mangiare marcio e di notte gli facciamo prendere paura e così se ne vanno da soli». «Gli diamo quello che abbiamo buttato nel composter», dice un bambino. Eleonora Z. dice di avere cambiato idea pensando a quello che ha detto Anita. Ma l’importante è mandarli via senza offenderli direttamente. Così loro racconterebbero agli altri che in quest’isola ci sono cose spaventose e si mangia malissimo.

Isabel: «Se quelli con intenzioni buone sono tanti, ne ospiterei un po’ e gli altri li manderei via». Poi si farebbe uno scambio: un’ospitalità a turno di qualche giorno.

Simone: «Gli facciamo, gli diamo da mangiare buono… ho due opzioni: li facciamo mangiare tanto tanto tanto, poi diventano ciccioni… o sennò li facciamo mangiare normale come mangiamo noi, li facciamo andare a dormire, e quando vediamo che si sono addormentati andiamo lì travestiti e gli facciamo prendere paura, così loro pensano che siamo dei ladri tipo, così loro pensano “no questa isola è piena di ladri, noi andiamo via!”. Poi così vanno a raccontare agli altri: “non andate in quell’isola, ci sono i ladri e vi rubano, vi rubano la casa…”».

Mattia: «Sempre con le palle di cannone: carichi il cannone senza sparare e se loro prendono le armi, li affondi…». In questo caso senza sparare. Dunque con una minaccia minima.

Alessia: «Secondo me, se hanno intenzioni buone, lo stesso, io gli spiegherei semplicemente che se restano qua dopo saremo in troppi». Dunque, una semplice spiegazione basata sulle parole e sulla sincerità. Anziché cercare tante strategie di minaccia, di simulazione e di paura, perché non dire semplicemente ai nuovi arrivati che siamo troppi? Alessia farebbe anche diventare abitanti «quelli più fidati». «Sì però dopo si creano differenze e può succedere che ci attacchino», dice qualcuno.

Azzurra: «Lei ha detto che prenderebbe quelli più fidati; ma magari gli altri li lasci andare e si arrabbiano, perché vogliono venire pure loro, e chiamano altra gente, perché vogliono venire per forza in quell’isola». Per evitare questo «non è che li manderei via, ma farei tipo come ha detto Simone».

Serena: «Senza fare tante cose tipo dare da mangiare cose marce e fargli prendere paura, basta semplicemente dirgli che non c’è più posto, che si devono trovare un altro posto».

Addirittura invece qualcuno arriva a immaginare una specie di città teatrale dove si mettono in scena anche furti e omicidi, pur di mandare via i nuovi arrivati. Questa è, ancora una volta, un’idea che non era stata incontrata prima. Simone: «Con dei manichini, così sembra che sia un’isola spaventosa e che noi siamo cattivi; così vedono persone là per terra, i manichini…», come se fossero persone aggredite. Ci sarebbero però dei rischi a spacciarsi per persone cattive e criminali?

«Se è il rispetto la legge principale, dobbiamo rispettare anche le persone che vengono, magari perché hanno anche bisogno», ricorda ora Irene, a tutti.

«Eh sì, ha ragione», dice qualcuno.

Ma il rispetto «vale per la nostra isola», dice qualcuno, con il seguente esempio: «Se vengono i terroristi nella nostra isola, dobbiamo rispettarli?». «Ma se vengono brave persone?», chiede Irene.

Elisa: «Io direi che senza dargli tutte queste robe, tipo robe marce o fare finta che ci siano terroristi o morti così, gli diciamo che là vicino alla nostra isola c’è un’isola che è libera e che non è di nessuno e loro vanno là».

Michele: «Io farei tipo di essere in quarantena, perché c’è una malattia contagiosissima, tipo la peste, e allora magari prendono paura e vanno via».

«Non è che li offendiamo se abbiamo una malattia contagiosa», dice Azzurra.

«Però li prendiamo in giro», dice Irene.

Un bambino ha un’altra idea: «Sennò si potrebbe fare: prima li facciamo mangiare, poi vanno a dormire e quando stanno dormendo, noi andiamo là, leghiamo una corda ai piedi, li trasciniamo fino alla spiaggia e li mettiamo in una specie di gommone sul mare; poi andiamo sulla nave, prendiamo un’altra corda, la leghiamo dal gommone fino alla nave, poi accendiamo la nave e partiamo e li portiamo su un’altra isola». Ora le posizioni sono molto diverse. Irene si mostra stupita di fronte a questi esempi.

Certi esempi ne ispirano altri simili: «Allora li ospitiamo per un po’ di tempo, però intanto noi abbiamo intorno alle case le recintiamo… e poi liberiamo ad esempio i Diavoli della Tasmania che li attaccano, quando sono sbarcati».

Anita: «Volevo dire che prima abbiamo fatto gli esempi di [simulare che ci siano] persone morte: ma se ci sono persone con buone intenzioni potrebbero venire per cercare di aiutarli e quindi non risolveremmo niente».

Veronica pensa a «cartelli, che magari li spaventano: con scritto “bestie feroci”».

In sintesi, sono 13 i bambini che non vorrebbero nessun nuovo abitante sull’isola.

Azzurra ha un ripensamento in extremis: «Loro potrebbero venire, poi vediamo se sono persone fidate e poi magari li facciamo vivere lì, magari dall’altra parte dell’isola dove si fanno il loro villaggio e magari scambiamo le cose». Chi dice questa cosa ha avuto anche idee molto convinte sull’esigenza di mandarli via. La posizione sembra dunque mobile, in qualche caso.

Eleonora S.: «Potremmo procurargli un posto anche a loro in qualche modo».

Azzurra: «Se vengono quelli con buone intenzioni, direi che li aiutiamo a cercare un’isola vicina alla nostra, poi li aiutiamo a costruire le loro cose là e poi magari possiamo anche scambiare cose e aiutarci a vicenda». E Simone aggiunge: «E possiamo anche costruire un ponte per andarli a trovare». «Facciamo un ponte lungo 30 chilometri!», dice qualcuno.

Stare distanti o avvicinarsi ai nuovi arrivati, dunque? Quanto ci si può approssimare? Elisa immagina anche cosa potrebbe accadere se quando noi arriviamo all’isola ci fossero già altri abitanti, lì. Che fare?