Utopia di Firenze

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Luogo: Scuola primaria, classe V.
Data: venerdì 13 maggio 2016
Gruppo: 19 bambine/bambini Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Editore. De L’uomo che piantava gli alberi si trova su YouTube anche un cartone animato completo della durata di circa 30 minuti, da vedere (inserendo il titolo come parola chiave per la ricerca); U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013; J. Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, Feltrinelli; A. de Tocqueville, Atlante delle città perdute, Bompiani, Milano 2015; A. Ehsani, Stanotte guardiamo le stelle, Feltrinelli 2016.
In aula con me: Insegnanti: Teresa Maiorana, Paola Paratori, Laura Cosci, Francesca Sanfilippo, Paolo Pancini e Liviana Garau
Bambini: Sean, Sukhdeep, Samira, Grecia, Riccardo, Elena, Whalidh, Danna, Maria, Martina, Kevin, Luigi, Nahir, Viola, Luisa, Caterina, Mattia, Charvie, Erika

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti). Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Firenze.

Luisa: «Forse costruire delle case». Viola: «Cibo». Luigi: «Cibo». Martina: «Acqua». E così via.

«Forse mezzi per spostarsi», Martina. Nahir: «Fuoco». E fuoco può voler dire “energia”, in generale. Mattia pensa in questo caso alla luce: «Proverei a farla, facendola funzionare con l’energia magari del sole». Erika pensa allora alle torce (che si possono utilizzare anche a energia solare, ma esistono anche con dei sistemi a manovella). Resta da approfondire la relazione tra energia solare ed energia elettrica: come la prima può trasformarsi nella seconda. «L’energia solare è più naturale; [si può avere] senza rovinare la natura», secondo Mattia.

Martina pensa poi ai vestiti e, con questo, abbiamo toccato tutti i tre bisogni individuati da Socrate.

Poi Elena aggiunge che dobbiamo cercare sull’isola del «terreno fertile», in cui potremo coltivare cibo.

Charvie pensa allora all’allevamento.

Fatto questo primo elenco di bisogni, chiediamoci se ci sono cose a cui siamo abituati che sarebbe meglio non portare sull’isola.

Martina: «Magari non portarci i mezzi che inquinano». Così Elena e Luigi.

Caterina: «Io il petrolio, perché inquina».

«Le fabbriche», dice un bambino.

«Non dovremmo portare mezzi grandi, come camion, pullman, autobus…», dice un bambino.

Maria: «Portare i mezzi di trasporto, però quelli elettrici, che vanno a elettricità…».

«… oppure che vanno con la benzina biologica», dice Mattia.

L’elettricità si può ottenere con vento e acqua, come dice Charvie, oppure con energia solare. Dunque abbiamo un’isola che basa le proprie attività sulle energie rinnovabili.

«Magari i casermoni… perché sono case enormi, che non sono molto buone per la natura», dice Elena. Non vorrebbe dunque casermoni nell’isola. A questo proposito, viene in mente quello che dicevano anche i bambini di Scampia (vedi l’utopia di Scampia).

Danna pensa anche al traffico: in effetti, tra l’altro, la scuola si trova in una zona in cui ogni mattina si crea una specie di imbuto per il traffico, per cui l’autobus impiega diversi minuti a fare poche centinaia di metri in prossimità dell’ingresso.

Martina: «Magari togliere anche un po’ di case, perché almeno c’è più natura, più verde».

Riccardo: «Non bisogna abbattere gli alberi».

Sean: «Non inquinare».

Charvie: «Le sigarette: [non dovremmo portarle] perché fanno male alla salute».

Caterina è d’accordo con tutte le cose dette dagli amici.

Luisa: «Forse il clacson, perché forse danno noia alla natura».

Qui dunque si pensa a quel problema che si chiama inquinamento acustico. Sean aggiunge che: «potrebbe anche noia all’allevamento».

Viola: «Forse le case dove c’è il camino, perché poi il fumo va via e allora può inquinare». Danna: «La violenza [andrebbe esclusa dall’isola]». Poi su questo punto ritorna Erika.

Whalidh: «La caccia».

Maria: «Non buttare i rifiuti in terra».

Parliamo un po’ di strumenti tecnologici dotati di schermo. Ci sono bambini in varie parti d’Italia che mi hanno detto che non andrebbero portati sull’isola. Perché? I bambini di Firenze provano a indovinare. Perché consumano energia… Whalidh: «Perché magari quando giocano prendono l’abitudine e giocano ogni giorno». Mattia: «Magari non li porterebbero sull’isola perché c’è tanta natura e non ne avrebbero bisogno». Qui a Firenze, avendone parlato un po’, nessun bambino porterebbe videogiochi e telefonini con videogiochi sull’isola; mentre tutti pensano che gli adulti li porterebbero.

Abitare sull’isola

Dopo avere inserito tra i primi bisogni anche scuola, famiglia e animali domestici, si inizia a discutere di come si potrebbe abitare sull’isola: come e dove andranno costruite le abitazioni?

Maria: «Le case dovrebbero essere naturali e fatte con delle cose naturali, come mattoni d’argilla… fatte in modo naturale, senza inquinare l’ambiente».

Viola: «Forse le case potrebbero essere capanne».

Luigi: «Case di legno».

Elena: «Al loro interno si dovrebbe consumare energia solare». O energie rinnovabili.

Sean: «Secondo me le case dovremmo farle con delle cose che sono già lì, perché sennò dovremmo portare tutti i macchinari per costruirle e tutto e allora inquineremmo lo stesso».

Erika: «Legno, farei costruire la casa di legno».

«Ma prima hanno detto che non dovevamo abbattere gli alberi, però se dobbiamo costruire capanne dobbiamo abbatterli», fa notare Charvie.

Mattia pensa ai mattoni, Caterina ai sassi, Maria dice che «magari per fare il tetto si possono usare dei pezzi di legno che sono già cascati per terra». Luisa: «Oppure con le foglie».

Ci sono adulti che, sentendo risposte come queste dai bambini, dicono che in realtà i bambini non sarebbero capaci di rinunciare alle comodità che hanno e che non vorrebbero davvero vivere in case così. Come rispondere a questi dubbi?

Una bambina, Nahir, dice: «Come ci siamo adattati a vivere così, ci potremmo adattare a vivere [come abbiamo detto sull’isola]. Così ci fa stare meglio per il fatto che non useremmo tanta tecnologia o comunque che non inquineremmo molto».

Mattia: «Ci fa interagire di più con la natura».

«Poi magari anche avere meno smog e meno cose cattive ci farebbe stare meglio anche con la salute», aggiunge una bambina. Maria: «Anche perché con l’inquinamento e lo smog, andrebbe anche nell’aria ed è come se lo respirassimo». L’inquinamento poi farebbe male anche agli animali.

Dunque, si starebbe meglio lì perché non ci sarebbero smog, inquinamento eccetera.

Martina: «Però le cose che stiamo dicendo potremmo farle anche qua e non solo sull’isola!».

Si fanno o non si fanno queste cose per ridurre l’inquinamento, lo smog, l’abuso sulla natura, per vivere in nuovo diverso, per ripensare complessivamente gli ambienti della nostra vita? No, non si fanno, dicono i bambini.

Danna: «Forse si desiderano ma non si riescano a fare perché…».

Maria: «Però magari alcune anche non le desiderano…».

Martina: «Perché a volte anche se tu lo chiedi a qualche adulto se vorrebbe fare qualcosa qua, ti dice “sì va bene facciamolo”, però alla fine non lo fa mai; perché dice “sì lo facciamo”, però alla fine il tempo passa e non lo fa più».

Elena: «Oppure magari perché certa gente pensa che le case che ci sono ora sono più comode».

Sean: «Perché forse ci siamo già abituati, [come] a giocare ai videogiochi, e tutti e ci ha preso l’abitudine e si fa sempre».

Riccardo: «Anche perché alcune persone non riescono ad adattarsi, a stare senza alcune cose».

Non si riesce a smettere come con le sigarette: «Anche se loro desiderano di smettere e dicono “ora basta”, continuano». Così Maria ed Elena… Certo, c’è chi riesce a smettere… ci vuole la volontà…

Mentre per smettere di fumare la decisione può essere presa singolarmente da una persona (ed è già difficile), per cambiare gli ambienti di vita e le abitudini il problema sembra complicarsi, perché devono essere in tanti a cambiare, a decidere di cambiare. Grecia: «O forse perché, per smettere delle abitudini, le persone dicono “sì voglio smettere”, ma in fondo non vogliono». Forse sotto sotto non si vuole, anche quando si dice di volere. «Oppure ci sono talmente abituati che neanche riescono a immaginarselo senza sigaretta», dice un bambino.

Dunque l’ABITUDINE trascina verso ciò che si fa di solito, mentre l’IMMAGINAZIONE può portare a superare ciò che già c’è.

Ragioniamo ora sulla necessità, o meno, di un villaggio. Meglio abitare vicini oppure ognuno dove vuole? Grecia: «Secondo me possono vivere insieme, perché se succede qualcosa se lo possono dire veloce, invece di andare in tutta l’isola a cercare».

Samira: «Per me è meglio vivere tutti insieme perché ci possiamo aiutare a vicenda, per qualsiasi cosa. Se abbiamo un bisogno, come ha detto Grecia, possiamo aiutarci; se siamo tutti sparsi è un po’ più complicato».

Un bambino, Sukhdeep, è d’accordo, ma aggiunge una cosa: «Una casa grande [per tutti]», dice. Dunque, “vivere tutti insieme” può voler dire tante cose diverse. Lui vorrebbe una grande casa per tutti.

Luisa: «Per me, [dovremmo vivere] come vogliamo, perché forse un villaggio forse non tutti sono d’accordo e litighiamo». Viola: «Anche per me come ha detto Luisa; ma non proprio separati separati, ma almeno un po’ distanti». Nahir: «Secondo me tutti distanti, perché a parte avere la nostra privacy, potremmo se qualcuno – tipo i bambini piccoli che sono curiosi – va nel bosco, [se siamo distribuiti sull’isola e non tutti vicini] c’è più possibilità di ritrovarlo».

Sukhdeep aggiunge qualcosa sulla sua idea: «Così se qualcuno a un certo punto ha bisogno, può chiamare [gli altri]». Samira: «Secondo me l’idea di un’unica casa, a me non piace molto, però neanche vivere troppo vicini; come ha detto Viola, né troppo lontani ma neanche troppo lontani. Alla giusta distanza». Si tratta allora di cercare la giusta misura. Danna è d’accordo su questo punto.

Elena: «Come ha detto Samira, non troppo vicini né troppo lontani. Perché prima anche qua era un villaggio naturale tutti vicini e pian piano si è modificato diventando… [Firenze]». Stando un po’ lontani, non ci si influenza troppo neanche quando si iniziano a modificare le cose.

Maria: «Forse bisogna stare più lontani, così almeno si conoscono tutte le parti dell’isola, mentre se stanno tutti insieme e tutti vicini magari conoscono solo una parte».

Luigi: «Secondo me dobbiamo vivere separati perché se stiamo uniti ci sarebbero… facciamo finta che arrivano delle persone che pensano che è loro questa isola e possono cacciare; se si trovano dall’altra parte [dell’isola, quella in cui non abitiamo nel caso facessimo un villaggio], noi come facciamo a raggiungerle subito». Dunque, occorrerebbe stare distribuiti sull’isola, per poter fare meglio la guardia, per così dire.

Nahir: «Volevo tornare alla domanda più o meno dell’inizio. Mi è venuta in mente che ci potremmo portare anche i farmaci e le medicine». Sean aggiunge: «Potremmo anche piantare delle piante che ti aiutano. Ci sono delle piante che ti aiutano, invece di prendere tutte le pasticche. Ci sono piante che fanno la stessa cosa», che possono aiutare a curarsi.

Viola: «Io volevo dire che anche vivendo un po’ separati ci possiamo aiutare». Così Luisa.

Mattia: «Anche io non sono molto d’accordo sull’idea di Sukhdeep. Perché metti [che] in una casa grande c’è un incendio, si causa un incendio anche in una camera, poi si incendia tutta la casa e ci potrebbero essere anche dei bambini; invece l’idea di stare più lontani, come dicevano gli altri, sarebbe per perlustrare l’isola».

Si intende case sparse, non troppo vicine.

«Io penso che va bene le case sparse, ma ci dovrebbe essere un luogo dove tutti vanno insieme, almeno per conoscersi», dice una bambina. Sono tutti d’accordo. Grecia: «Qualcosa come una piazza».

«Ho sentito al telegiornale che ci sono gli immigrati che vengono e magari possono vedere anche quest’isola. E tornando all’unica casa grande non sono d’accordo perché poi magari non ci entriamo tutti», dice un bambino.

IPOTESI ai voti:

Una casa per tutti: 0

Villaggio di case vicine: 0

Case sparse [non troppo lontane]: 17

Case sparse [molto lontane]: 2

Leggi dell’isola

Charvie: «Per me servono le regole e per me la regola più importante è rispettare la natura».

Mattia: «Non inquinare».

Caterina: «Non inquinare l’aria».

Luisa: «Non cacciare».

Viola: «Non tagliare gli alberi».

Nahir: «Non lottare, non litigare».

Luigi: «Rispettare la natura».

Martina: «Portarsi sull’isola solo le cose più utili, cioè più necessarie per vivere».

Maria: «Visto che c’è sia il mare sia il ruscello, non inquinare l’acqua».

Danna: «Non inquinare tutto l’ambiente».

Whalidh: «Rispettare l’isola».

Elena: «Lasciare tutto com’è e costruire delle case leggere, insomma costruire l’essenziale».

Questa immagine ricorda quanto ha detto una bambina a Bergamo: si tratta di andare sull’isola nel modo più possibile leggero, lasciando un’impronta il più possibile leggera.

Riccardo: «Non maltrattare gli animale».

Grecia: «Non rovinare l’isola».

Samira: «Rispettare noi e l’ambiente circostante».

Sukhdeep: «Rispettare tutte le regole dell’isola».

Sean: «Non inquinare tutta l’isola».

Poiché a volte, anche se ci sono le leggi, c’è chi non le rispetta, dobbiamo affrontare una domanda difficile: che fare se qualcuno non rispetta le regole che abbiamo stabilito?

 

Nahir: «Con la nave che siamo arrivati, gli chiediamo gentilmente a qualcuno che lo riporti indietro».

Grecia: «Anche io dicevo di cacciarlo dall’isola». È l’esilio.

Martina: «Magari non cacciarlo, ma fargli capire che se tu torni alla tua vecchia casa dove eri, e io non rispetto le tue regole, ad esempio se faccio qualcosa che a te non piace, è quello che tu stai facendo [sull’isola]: quindi sarebbe meglio non farlo». Qui si cerca di convincere chi non rispetta le regole provando, con le parole, a farlo mettere “nei panni dell’altro”.

Viola: «Fargli cambiare idea. Per esempio, se sta inquinando il mare, gli dobbiamo dire che non lo deve inquinare perché poi fa male al mare: allora gli facciamo cambiare idea».

FARE CAPIRE e FARE CAMBIARE IDEA sono due sfide piuttosto difficili e qui vengono sollevate fin dalle prime battute.

Elena: «Magari fare in modo… mettere qualcosa di così bello che nessuno possa maltrattare l’isola. Qualcosa di speciale che nessuno possa maltrattare».

Samira: «Per le prime volte che lo fa, prima secondo me dovremmo spiegarglielo e poi se continua a non rispettarle mandarlo via».

Sean: «Secondo me fargli capire [che] se lui butta cartacce in terra o taglia gli alberi… andare a casa sua e fargli vedere se continua come diventerà l’ambiente dopo».

Mattia aggiunge: «Va bene fargli cambiare idea, ma dopo la seconda volta che non rispetta le regole, [direi di] cacciarlo dall’isola».

Samira: «Volevo fare una domanda a Elena. Ma, ad esempio, che cosa?».

Elena non lo sa. Bella domanda. Elena sta pensando a qualcosa di talmente bello, che a nessuno venga in mente di maltrattarlo. Mattia però interviene: «Allora, magari proprio quella cosa è bella, a qualcuno potrebbe venire in mente di rovinarla!». Perché? «Per rovinare l’isola. Magari se qualcuno butta le cartacce, vuole rovinare l’isola. E se mettiamo una cosa più bella ancora, qualcuno la rovina». Insomma, secondo Mattia, ci sono persone che provano gusto nel rovinare le cose belle: «proprio perché è bello lo rovina».

Grecia: «Forse perché si sente bene a rovinarlo e fa sentire male gli altri».

Charvie chiede a Elena: «Ma se rovina quella cosa, poi cosa fai?».

Luisa: «Forse lo rovina perché gli manca l’ambiente dove è vissuto, e lo rovina perché forse vuole ritornare nel suo ambiente».

«Ma non può dirlo?», dice qualcuno.

Nahir: «Ma, non può semplicemente dirlo?».

Luisa: «Forse si vergogna».

Samira: «Mi chiedevo, allora, se gli manca così tanto il posto dove è nato ed è cresciuto, perché è andato in quell’isola? Se poi ci vuole tornare e ci rovina a noi l’ambiente che abbiamo fatto, per non inquinare, e viene lui e lo inquina e non vuole neanche starci».

Maria ipotizza che forse uno rovina quella cosa perché non pensa che è bella.

Martina: «Forse fa del male, fa qualcosa di cattivo, non perché gli manca il posto [in cui è nato o da cui arriva], ma anche forse per dispetto. E poi però si deve accorgere che fa del male anche a se stesso, perché poi ci vive lui in quel posto. Io gli farei capire che se facessi qualcosa di brutto a casa sua, è come se lui lo facesse all’isola». «Ma come fai a farglielo capire?». «Glielo dico». «Ma [con le parole] non capisce». «Dipende da chi hai davanti».

Nahir: «C’erano alcune persone che dicevano di andare a casa sua a fare dei dispetti. Però il punto è che l’isola è casa sua». Noi dovremmo fare percepire a tutti l’isola come casa propria.

Viola: «Volevo dire che forse questa persona distrugge le cose che avevano fatto, perché forse questa persona c’era da molto tempo prima di loro e quella era casa sua; e siccome quelli sono venuti, vuole distruggere le cose che hanno fatto».

Luisa: «Vorrei rispondere alla domanda di Samira. Una cosa bella è tutto l’ambiente!». Il bello che dovrebbe scoraggiare comportamenti brutti è l’ambiente, secondo Luisa. Eppure noi abbiamo rovinato ambienti molto belli, in tanti posti anche in Italia. Perché lo si fa?

Mattia riprende uno spunto di Nahir e fa notare un problema «Io non sono molto d’accordo con Nahir. Facciamo finta che questa scuola sia tutta l’isola. Casa mia non è tutta l’isola; casa mia facciamo finta che è questa classe». Mattia ci sta dicendo che consideriamo “casa nostra” lo spazio che abbiamo più vicino: anche in una scuola (usandola metaforicamente come immagine dell’isola) noi non consideriamo “casa” tutta la scuola, ma la classe.

Per Firenze vale la stessa cosa. Forse ci si accontenta di non avere traffico e smog direttamente nel proprio quartiere… ma non ci si accorge che il traffico e lo smog di alcuni quartieri distanti incide sull’aria che arriva fino a me e la qualità della vita cambia comunque.

«Non volevo dire che il territorio che è vicino alla mia casa dev’essere bello e invece il territorio più in là più brutto. [Volevo dire che] se questa qui è la mia casa, non posso dire che anche quell’altra è la mia casa», precisa molto bene Mattia. Insomma, Mattia dice che se chiamiamo “casa” lo spazio in cui abitiamo, è difficile interpretare come “casa” anche tutta l’isola.

Nahir: «Secondo me ci ho pensato e se le case sono un po’ sparse per tutta l’isola, se ciascuno pensa che uno spazio deve essere pulito, subito all’altro spazio se ne sta occupando un altro e così sarà tutto pulito».

Notiamo che qui non si è mai parlato di “punizioni”, cosa a cui solitamente si pensa nelle utopie quando si affronta il problema di coloro che non rispettano le regole.

Samira: «Volevo dire, ogni volta che arriva qualcuno invece di dirgli tutte le regole, perché non mettere una specie, non proprio un cartello, però un grande spazio dove scrive le regole così gli arrivati se le possono vedere da soli».

Whalidh: «Per me se il nuovo arrivato inquina è perché viene, butta per terra e poi se ne va».

Maria: «Forse la prigione secondo me è come se rovinasse un po’ l’isola; perché sarebbe brutto tenere una prigione». Si dirà poi che mettere la prigione è inutile perché le persone non possono cambiare in modo significativo al suo interno, nel senso del miglioramento.

Nahir: «Vorrei ritornare a quello che aveva detto Samira, che ha detto che si doveva fare un cartellone con tutte le regole: [direi] che si poteva trovare nella piazza, che è un luogo di riunimento dove tutti lo possono vedere».


Luoghi, abitudini e comportamenti

Pensiamo ora al rapporto tra luoghi e comportamenti.

Luigi: «Nei posti, se sono brutti, gli uomini prendono abitudini di fare cose brutte».

Samira: «Sono d’accordo anch’io… Però, certa gente sa che forse si può migliorare e farlo diventare un buon posto».

Grecia: «Anch’io dico come Samira, perché le persone possono cambiare se hanno la forza di volontà». Così anche Danna.

Maria: «Secondo me, anche se un posto è brutto, magari alcuni possono dire che anche se è brutto possono cambiarlo. Perché magari qualcuno può dire che, anche se è brutto, ce la fa a cambiarlo».

Nahir: «Ci sono alcune persone che se un posto è brutto non gli cambia niente e continuano a farlo ancora più brutto. Però secondo me ogni luogo ha le sue potenzialità e quindi potrebbe diventare un posto migliore».

Occorre immaginare le potenzialità e poi anche fare (dice Maria).

Martina: «Volevo tornare un secondo al discorso di quando abbiamo detto che l’inquinamento a volte gli adulti dicono che non lo fanno perché bisogna farlo tutti insieme. Però si potrebbe iniziare anche da una piccola cosa, da una persona, dalle minime cose».

Facciamo a questo punto una mappa sugli ingredienti necessari al cambiamento e ad affrontare ciò che ha detto Martina: «Però le cose che stiamo dicendo potremmo farle anche qua e non solo sull’isola!».

Le abitudini passate ci trattengono dove siamo. Ma possiamo cambiare se teniamo conto di: Potenzialità dei luoghiImmaginazione (capacità di immaginare come potrebbero essere migliori e più belle certi ambienti e condizioni di vita) – Fare (anche iniziando da una piccola cosa, da una persona, dalle minime cose). C’è poi il problema della volontà diffusa: il fare di uno dovrebbe diventare il fare di pochi, di tanti o di tutti. Finché nessuno fa, nessun cambiamento è possibile. Il “tutti” e i “tanti” rimandano allo spazio della POLITICA. Nahir richiama anche l’importanza delle abitudini future: che dipende dalla capacità di immaginare le abitudini future.

Sean: «Io ritornando al discorso dell’ambiente brutto che poi si continua a inquinare, sono d’accordo anch’io; però poi se tutti hanno la stessa volontà di migliorarlo, alla fine poi diventa bello».

Samira: «Noi abbiamo tutta la forza di volontà, ok?, ora che ci stiamo lavorando pensiamo che lo facciamo; a volte ci viene da farlo anche noi… boh, non so, ad esempio, buttare per terra una cartaccia perché non si trova un cestino. A volte senza pensarci si può fare». Bella la testimonianza di Samira sui micro-comportamenti: a volte anche noi facciamo cose che non ci sembrano proprio giuste e che, quando ci pensiamo, diciamo che non andrebbero fatte. Agiamo a volte senza pensare.

Nahir: «Ma se prima che sia tutto sporco… c’era pulito. Quindi c’è qualcuno che ha iniziato lo stesso [a sporcare, a inquinare…]».

Torniamo alla tensione tra abitudini passate e abitudini future? Come si cambiano abitudini?

Elena: «Magari te cambi abitudine perché vedi che l’altra cosa è migliore, rispetto a quella che hai».

Nahir: «Secondo me c’è bisogno di aiuto; nel senso che se da pochi iniziamo, dopo di sicuro le altre persone noteranno che quei pochi stanno facendo del bene e quindi da quei pochi potrebbero diventare tanti. E dal momento che qui si segue la regole della maggioranza, quei tanti potrebbero diventare tutti».

Mattia: «Le abitudine le puoi cambiare piano piano, facendo un passo alla volta».

Maria: «Volevo dire che quando hanno detto che una cosa bella, se una cosa è bella poi è difficile cambiare abitudine. Ci vuole tanto tempo e anche degli aiuti, come hanno detto».

Riccardo: «Come si è detto prima, per alcune persone è difficile cambiare abitudine perché poi a fare sempre le stesse cose diventa un vizio».

Samira: «Io sono d’accordo con quello che hanno detto i miei compagni. Ok granello dopo granello e diventeranno in tanti, però secondo me eh, e poi non lo so, qualcuno ci sarà sempre che continuerà ad avere cattive abitudini. Ad esempio, se lo facciamo tutti tranne due, siamo in tanti però loro potrebbero… qualcuno potrebbe ancora continuare».

Sean: «Come tutti sporchiamo, se anche uno non sporca, visto che poi copiamo, tutti potremmo non sporcare».

Nahir: «Io volevo dire che si inizia, però speriamo che non finisca».

Mattia: «Ho cambiato idea, sono d’accordo con quello che dice Samira. Facciamo finta che due continuano a tirare le cartacce per terra e tutti gli altri noi. Loro ci possono contagiare e ricominciamo tutto da capo [nel senso che tutti torniamo ad avere comportamenti come quelli che abbiamo voluto cambiare]».

Sean: «Ritornando al discorso, tipo se tutti tranne 2 sporcano, gli altri dovrebbero convincere quei due a non sporcare».

Elena: «Come succede per l’imitazione, potrebbe succedere anche per un’abitudine buona. Uno prende l’abitudine di buttare le cartacce per terra e uno potrebbe prenderla di buttare la cartaccia nel cestino». Anche le abitudini buone potrebbero essere imitate: possiamo contare su questa cosa.

La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Firenze.

Nahir: «Secondo me dovremmo essere una repubblica, nel senso che tutti devono prendere le decisioni insieme». Charvie: «Anche per me». Tanti dicono «Anch’io».

Sono tutti d’accordo sull’idea di una repubblica democratica. «Tutti possono decidere», anche le donne e i bambini. «Dipende da quale età», dice però Samira. Secondo Samira si potrebbe iniziare a governare da nove e dieci anni in su. Viola: «Forse quattordici o quindici anni… perché forse quelli più piccoli potrebbero…», «farlo come un gioco», dice Luisa. Non si sa quanto i piccoli potrebbero essere seri.

Maria: «Se noi fondassimo l’isola a questa età, non ci sarebbe per tre o quattro anni [un governo]».

Nahir: «Secondo me dovrebbero essere dagli otto anni in su, perché anche i più piccoli hanno delle idee proprie e sarebbe giusto che si rispettino».

Samira: «Io volevo chiedere una cosa a Viola. Viola ha detto che noi non siamo tanto seri. Ma adesso, parlando tra di noi, siamo stati abbastanza seri mi sembra, o no?».

Viola: «Sì forse quelli di dieci o undici anni va bene, ma quelli di otto no».

Sean: «Secondo me dai sette in su, perché ho visto alcuni bambini e bambine che erano abbastanza… avevano delle buone idee».

Mattia: «Luisa diceva che i bambini di dieci anni potrebbero prenderla come un gioco. Eh, e che problema c’è? È meglio se la prendono come un gioco!».

Martina: «Però prenderla come un gioco no, perché comunque il voto vale. Se bisogna decidere qualcosa, se il bambino lo prende come un gioco e lo mette a caso, allora [non va bene]».

Samira: «Secondo me non bisogna prenderlo come un gioco, ma come si diceva come un gioco serio. Ma non fare come gli adulti che la prendono troppo seriamente e se la prendono troppo e fanno confusione alla fine. Quindi è meglio prenderla più alla leggera».

 

Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Ci dovranno essere gli adulti sull’isola immaginata dai bambini di Firenze?

Charvie: «Meglio non invitare gli adulti all’inizio, perché se vengono possono iniziare a decidere loro e dovrebbero decidere tutti [anche i bambini]». Cosa deciderebbero? «Costruire fabbriche», ad esempio, che sarebbero escluse dall’isola.

Luisa: «Io sono d’accordo con Charvie, che in quell’isola l’hanno scoperta i bambini, non gli adulti e gli adulti forse tagliano gli alberi e non ci fanno divertire».

Nahir: «Secondo me la presenza degli adulti è bella, perché abbiamo la nostra famiglia; però gli dovremmo spiegare che non devono rovinare l’isola, perché gli adulti a volte pensano solo alle loro comodità e non pensano a ciò che li circonda».

Si potrebbe spiegare? Sì.

Maria: «Secondo me gli adulti non so se andrebbero portati perché: non portandoli ci mancherebbero; però bisognerebbe spiegargli di non maltrattare l’isola. Lui ha detto che alcuni potrebbero tagliare gli alberi, però non è detto che tutti possano farlo… magari qualcuno no, non li vuole tagliare e vuole non inquinare l’isola». Ora Maria ci invita a pensare le differenze tra gli adulti: non sono tutti uguali, non tutti vogliono le stesse cose.

Danna: «Io sono d’accordo con Nahir, però non ci sono tutte le persone che vogliono abbattare gli alberi e costruire le case: ci sono alcune che vogliono il bene e altre il male».

Elena: «Io li porterei a una condizione: stabilire questa legge, che loro possono venire solo se non inquinano e poi comunque porterei solo le famiglie; non tutti gli adulti che vogliono venire».

Samira: «Io volevo dire proprio pari pari la stessa cosa di Elena».

Sean: «Io sarei d’accordo di portare gli adulti. Secondo me alcuni possono essere anche d’accordo con noi di non inquinare e tutto quello che si è detto, così quelli che sono d’accordo con noi potrebbero convincere tutti quelli che non sono d’accordo».

Facciamo una prima votazione:

Assolutamente no, nessun adulto sull’isola: 0

Assolutamente sì, gli adulti senza problemi: 0

Sì ma soltanto familiari che rispettino le nostre regole: 10

Sì, ma solo adulti che rispettino le nostre regole, anche se non sono nostri familiari: 7

Ci sono 2 indecisi.

Che dire a Platone, che non si fidava degli adulti e della loro capacità di cambiare abitudini?

Nahir: «Forse gli faremo un test con delle domande, per esempio “quante volte usi il telefono o tecnologia”, per sapere quanto è abituato e per poter migliorare la propria abitudine».

Maria: «Però senza dirgli che è per entrare nell’isola, altrimenti risponderebbero tutte le cose positive così ci entrano». Maria è consapevole del problema della desiderabilità della risposta.

Sean: «Io li farei entrare e sorveglierei gli adulti cosa fanno; se sporcano, non li farei restare».

Luisa: «A proposito del test, possiamo fargli anche un’altra domanda: cosa faresti per l’isola?».

«Ma loro non devono sapere che c’è l’isola… risponderebbero tutte cose per la natura [che poi magari non farebbero davvero]».

«Direbbero bugie».

Sean: «Potrebbe fargli quella domanda, però per ultima».

Maria: «Come ha detto Sean del test per vedere se inquinano, poi se inquinano davvero può succedere qualcosa e ci vuole tanto tempo [per sistemare]». Potrebbero anche avere dei sospetti sul test, come dice Charvie. Potrebbe servire chiedere agli adulti cosa farebbero sull’isola: secondo Charvie, perché «potrebbero aiutarci a migliorare».

«Secondo me sarebbe meglio fargli fare questo gioco», agli adulti, dice una bambina. Il gioco dell’utopia.

Samira: «Potrebbe funzionare». «Se dobbiamo portare degli adulti, io ne porterei pochi, perché alla fine l’isola… non perché non li voglia… alla fine l’isola l’abbiamo pensata noi, abbiamo fatto quasi tutto noi, loro sono solo ospitati da noi».

Maria: «Gli adulti… solo i genitori proprio». «I genitori e la famiglia».

Martina: «Ma se i genitori avessero voglia di inquinarla e costruire fabbriche, meglio non invitarli».

Se sono in troppi iniziano a comandare.

Samira: «Poi pensano che noi siamo troppo piccoli per farlo e a noi ci mettono da parte e ci mettono lì a giocare». «Si sentono più potenti perché sono adulti», dice Martina. «Pensano che ci facciamo male», dice Viola. Se i genitori portassero altri adulti amici, questi potrebbero portarne altri e i bambini finirebbero per essere esclusi dalle decisioni. C’è addirittura chi dice che al massimo andrebbero portare 5 persone a famiglia. Se ci sono tanti adulti, comandano più gli adulti che noi.

Nahir: «Secondo me bisognerebbe portare la mamma e il babbo e fine».

Viola: «Per me tre persone».

Charvie: «Al massimo tre».

Quanti adulti per ogni bambino, al massimo?

1 adulto: 0 voti

2 adulti: 5 voti

3 adulti: 9 voti

4 adulti: 4 voti

5 adulti: 0 voti

6 adulti: 0 voti

7 adulti: 0 voti

La scuola

Martina: «Però un adulto ci deve essere per forza, una maestra, perché le scuole…». Ma alcuni bambini subito intervengono per dire che le scuole non dovrebbero esserci.

Sukhdeep: «Io voglio una scuola come la vogliamo noi».

Luigi: «Anche io una scuola che decidiamo noi: secondo me potremmo fare quello che vogliamo».

Luisa: «Una scuola di tutto divertimento. Niente studio».

Mattia: «Però scusa se… che scuola è. Se è una scuola tutto divertimento, potremmo fare senza».

Caterina: «Una scuola di cucina».

Charvie: «Per me scuole come questa. Perché sennò non imparate niente».

Viola: «Più o meno come qua, ma forse la scuola finisce alle due e le altre due ore facciamo altre cose».

«E non svegliarsi alle sei», dice qualcuno.

Nahir: «Secondo me una scuola come questa, con degli insegnanti, quindi potremmo portare altri adulti oltre la famiglia, forse altri tre, che non occupano poi tanto spazio, una scuola come questa solo che inizia alle dodici e finisce verso le sei».

No, dicono in tanti.

Grecia: «Forse una scuola che dura una settimana, ma in questa scuola si dorme proprio lì, è come un college, ma di una settimana». Si va lì a periodi di settimane, con delle pause.

Samira: «Io vorrei una scuola non troppo diversa da questa: non entrare alle otto e mezza, ma verso le nove, nove e mezza, e che finisce alle tre e mezza di pomeriggio e però il pranzo ci si porta da casa».

Sean: «Anche io una scuola come questa, però che si entra alle dieci e mezza e si entra alle due; poi come ha detto Samira si porta noi la merenda e il pranzo».

Sukhdeep: «Io voglio la scuola uguale a questa, però cambiando gli orari. Si può entrare fino alle nove e mezza e finire alle tre e mezza».

Elena: «Io invece forse un posto dove vai solo un giorno alla settimana e lì fai lezione tipo dalle nove e mezza fino alle due e mezza».

Whalidh: «Io vorrei una scuola non troppo seria, che ha due giorni di vacanza in più [tre giorni la settimana di scuola]».

Danna: «Quasi come questa, solo che ci sono dei giorni di scuola e si entra alle nove e si esce all’una».

Maria: «Io volevo dire che nel fine settimana si va a scuola e gli altri giorni è vacanza. E poi si può scegliere di studiare o fare anche delle attività come sport, cucina e arte». Arte «nel senso tipo di costruire le cose o di disegnare».

Martina: «Io cambierei l’orario: dalle otto e mezza alle otto e trentacinque».

Mattia introduce alcune difficoltà in più legate al cibo da procurarsi. Dovranno esserci supermercati o si va ogni mattina nell’orto. Mattia dice: «Io non avrei molta voglia di andarmi a prendere il pranzo nell’orto». Caterina: «Allora ci organizziamo e lo vanno a prendere gli adulti». «Allora dovremmo avere più adulti».

Si torna alla discussione sulla scuola.

Luisa: «La scuola potrebbe forse essere non tutto di studio, dalle otto e mezza fino alle nove». In mezz’ora si riesce a fare qualcosa di sensato. Per quanti giorni? «Uno la settimana, per mezz’ora».

A Kevin piace questa scuola così com’è.

Martina: «Volevo dire degli adulti: magari gli adulti non lavorano, però uno stipendio lo ricevono tutti uguale, almeno non esiste chi ha più soldi… [e chi non ha soldi] per mantenere la famiglia».

Riccardo: «Tornando al discorso di Caterina, però, se costringiamo gli adulti a lavorare per noi, sembrano una sorta di schiavi».

Samira: «Io volevo dire: io sono abbastanza d’accordo con Riccardo. Se vengono non devono per forza sempre fare l’orto, però almeno un po’ di lavoro lo dovrebbero fare. Sennò facciamo tutto noi: già siamo piccoli, li ospitiamo… se non fanno nulla… in più abbiamo anche la scuola».

Ma gli adulti starebbero bene in un posto così?

Samira: «Un po’ peggio [di come stanno]. Sono abituati alle tecnologie di ora, tipo tablet, telefonini… e lì sull’isola abbiamo detto che non li vogliamo per troppo spreco di energia…».

Sean: «Ritornando al supermercato, per costruirlo bisogna avere dei macchinari e [inquini]. Poi [io penso] non a un orto grande, ma a un orto piccolo vicino a casa».

Luisa: «Per me la scuola non è per i più ricchi, ma anche per i poveri». Maria ha sollevato l’esigenza di fare in modo che non ci siano persone più ricche e persone più povere. Luisa è d’accordo: «Per me in quell’isola tutti sono uguali», nel senso che dovrebbero essere uguali anche dal punto di vista del denaro.

Nahir: «Forse se portiamo gli adulti lì, forse si abitueranno senza tecnologia. Perché insomma, loro quando sono stati piccoli, non c’era così tanta tecnologia come ora».

Charvie: «Ma a scuola ci possono venire tutti, perché non ci sono poveri e ricchi perché non ci sono i soldi [su quest’isola]».

La maggior parte dei bambini qui non vuole che ci sia il denaro sull’isola. Le cose si producono e si distribuiscono, i lavori si fanno senza denaro.

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

Nahir: «Secondo me li dobbiamo prima ospitare e cercare di comunicarsi in un modo, perché se sono stranieri parlano un’altra lingua. Prima spiegargli il posto e dirgli tutte le regole o almeno cercare di dirgli tutte le regole, per vedere se capiscono. E dopo il primo giorno, se le hanno capite bene, possono restare e possiamo convivere. E se non le hanno capite, li mandiamo indietro o cerchiamo di rispiegare».

Maria: «Io vorrei cercare di fare decidere tutti insieme se farle venire o no [queste persone]. Intanto bisognerebbe vedere il test che ha detto Nahir e forse sarebbe difficile ospitarle, perché saremmo in tante persone; poi magari qualcuno non rispetterebbe la natura e poi saremmo in troppi».

Luigi: «Io li caccerei, perché se sono tantissimi l’isola non sarebbe più nostra». Ancora: «Perché l’isola poi, come dire?, non sarebbe più nostra». Se siamo arrivati sull’isola in 19, ognuno con tre adulti più qualche maestro, non saremmo neanche 100: se arrivano cinquecento persone, l’isola non sarebbe più nostra. Il che significa: non saremmo più noi, i fondatori, la maggioranza degli abitanti dell’isola. La qual cosa spaventa un po’.

Samira: «Io sono d’accordo con Luigi, perché come ha detto l’isola è nostra; quindi, già abbiamo fatto venire i nostri genitori (3 adulti…), però più altri adulti sconosciuti… magari se si conoscevano forse li avremmo fatti venire; però sono anche sconosciuti, sono anche in tanti…».

Sean: «Anche io sono d’accordo con Luigi e Samira. Cioè: sono sconosciuti, poi potrebbero rovinarla [l’isola]. Non so come sono fatti. Non so come si comportano».

Luisa: «Sono d’accordo con Luigi, Samira e Sean. Perché a loro forse non basta il cibo e forse vogliono cacciare e è proibito cacciare in quell’isola».

Viola: «Io sono d’accordo con Luigi, Samira, Sean e Luisa: non sappiamo cosa vogliono. Forse vogliono costruire cose che forse inquinano l’isola».

Danna: «Io sono d’accordo con… vabbeh… con tutti loro, perché non sappiamo come si comportano loro. Se poi tentano di tagliare gli alberi e tutto il resto, possono inquinare l’ambiente».

Whalidh: «Io sono d’accordo con loro, perché io mi immagino che se vanno troppi adulti, loro iniziano a buttare per terra [le cose], e io gli dico “non buttare per terra”, loro non mi ascoltano, [o mi dicono:] “sei troppo piccolo”». Insomma, non saremmo presi in considerazioni e «non capiscono perché parlano un’altra lingua». Riccardo è sulla stessa linea, «perché come ha detto Sean, sono stranieri: non li conosci abbastanza per fidarti di loro».

Ma dovremmo provare a conoscerli oppure no?

Nahir: «Sinceramente io li accoglierei, perché se sono venuti sono venuti per un motivo. Forse non sanno più dove andare e quindi sono andati alla ricerca di un posto per rifugiarsi. E per l’appunto avete detto tutti, o almeno la maggioranza, che sono degli sconosciuti; quindi non sappiamo se hanno delle abitudini belle o brutte e quindi, cioè, prima li dobbiamo conoscere e dopo, se non va bene, li dobbiamo cacciare».

Nahir usa proprio il termine “sconosciuti” per aprire ai nuovi arrivati uno spazio di opportunità.

Mattia: «Anche io sono d’accordo con Luigi, però volevo tornare un attimo indietro. Noi in quest’isola volevamo la democrazia. Però se ai genitori gli facciamo fare quello che vogliamo noi, non siamo proprio una democrazia». «Poi, con quello di Nahir: va bene conoscerli all’inizio, però poi non sappiamo… non sappiamo cosa potrebbero fare. Per sicurezza allora possiamo fare come diceva Luigi».

Martina: «Io non è che sono molto d’accordo… come prima Maria aveva detto sugli adulti che sempre per sicurezza non li invitiamo, perché se poi inquinano, dopo come facciamo a ripulire? Lo stesso con quelle persone: dopo come rimediamo?».

Maria: «Neanch’io sono d’accordo con Nahir, ma con Luigi e tutti gli altri. Perché poi se arrivano delle persone che sono sconosciuti, magari potrebbero inquinare: è come se potessimo fare dei danni anche all’isola, dovremmo costruire altre case, se noi vogliamo delle case un po’ separate, si potrebbero abbattere degli alberi…».

Charvie: «Io sono d’accordo con Nahir, perché quelle persone ci potrebbero aiutare».

«Però per sicurezza…», sussurra qualcuna.

Charvie: «Cioè, dobbiamo conoscerli prima».

In questo modo Nahir si sente meno sola, con la sua idea.

Caterina: «Sì è vero, bisogna ospitarli e tutto e va anche bene… Però forse quando arrivano pensano “siamo in di più, governiamo voi e voi fate gli schia… cioè, fate, che ne so, i servi, gli schiavi. Cioè ci mettono da parte». «E a quel punto non siamo più in democrazia», dice qualcuno.

«Se governano loro, no». «Nella democrazia dovrebbe governare tutto il popolo, però governano loro».

«Però in quel caso la minoranza siamo noi». È democrazia o non è democrazia…

«Se tu governi e loro no, è uguale al contrario», dice una bambina.

Sean: «Io sono d’accordo con Mattia, perché è vero, sono sconosciuti e possono farci diventare schiavi… e poi volevo dire che, visto che sono sconosciuti, c’è caso che volevano andare da un’altra parte, alla ricerca di un’altra terra, di un’altra isola, visto che quest’isola non la conosceva nessuno finora, ci sono capitati per caso». Meglio mandarli via subito, senza cercare di conoscerli.

Sukhdeep: «Proviamo a conoscerli».

Samira: «Io volevo dire una cosa. Nahir aveva detto di conoscerli, di farli venire su questa isola e se non si comportavano con le regole che abbiamo deciso noi, di mandarli via. Però se erano tante persone, tipo 500, come facciamo a mandarli via se anche non le rispettano? Siamo in minoranza. Sono tanti adulti. Come facciamo: noi siamo bambini alla fine».

Caterina e altri dicono che potremmo costruire un muro. E in effetti le mura non mancano alle isole incontrate in giro per l’Italia.

Elena: «Nahir diceva di fare conoscenza… però scusa come fai a conoscerli bene se parlano in un’altra lingua?».

Certo si può, dicono alcuni.

Grecia: «Sto con Luigi».

Maria: «Visto che sono sconosciuti: Nahir ha detto che non li conosciamo, potrebbero essere rispettosi dell’ambiente. Però noi non li conosciamo: potrebbero non esserlo. Che si fa?».

Danna: «Magari dopo, se non li conosciamo tanto bene e sono sconosciuti, potrebbero prendersi tutto quello che abbiamo fatto noi e ci potrebbero cacciare».

«Magari non ci vedono neanche quando arrivano sull’isola», visto che le case sono poche e sparse per l’isola. «Non è ovvio che ci vedano».

Luisa: «Oppure, loro fanno finta di essere delle persone normali, invece sono dei cacciatori».

Nahir: «Prima vorrei fare una domanda: perché vedete il bicchiere mezzo vuoto, meglio di mezzo pieno? Secondo, forse uno di quei cinquecento sarà il capo… o almeno quello che li ha portati qua [il capitano della nave], forse capirà un’altra lingua… forse è probabile che lui capisce una delle tante lingue che sono presenti [in questa classe] e lui potrebbe tradurlo. E quindi potremmo andare anche d’accordo». Nahir dunque ricorda a tutto il gruppo che le tante lingue conosciute dai bambini della classe potrebbero essere una risorsa in questa situazione particolare. Una risorsa del gruppo, di cui fare uso.

 

Si è accennato a un muro. Chi vorrebbe costruirlo? Nessuno. Ma in 11 vorrebbero mandarli via senza fare conoscenza. Qui scopriamo che Luigi ha cambiato idea.

Luigi: «Non sono tanto d’accordo con me, ma nemmeno con quello di Nahir».

Perché? «Li potremmo accogliere, però… potremmo avere un pensiero nostro di loro che sono buoni, persone buone. Però se fanno finta ci conquistano l’isola e non potremmo più fare niente».

Martina: «Però tu allora, se tu li vuoi conoscere, allora non è servito a niente non mettere gli adulti in questa isola. Sennò si poteva mettere anche gli adulti. Se noi ospitiamo queste persone, allora mettiamo anche adulti che non sono della nostra famiglia; allora potevamo mettere anche altri adulti…».

Whalidh: «Io metterei più adulti se l’isola fosse ancora più grande e prima, come ha detto Sean, dovremmo spiarli, guardare cosa fanno».

Sukhdeep: «Ma se cacciamo a loro, se cacciamo senza conoscerli, se sono normali come noi, pensano che siamo cacciatori».

Se li cacciamo via, facciamo la figura dei “cacciatori”. Di quelli che non vorremmo sull’isola, cioè di coloro che non rispettano le regole, gli altri.

Samira: «Non si può né sapere se sono buoni, né cattivi. Poi se si conoscono… Faccio un esempio: se sono cattivi o buoni noi non si può sapere. Se li andiamo a conoscere e poi sono cattivi e se hanno tipo dei macchinari che vogliono ristrutturare quest’isola, se vogliono farla diventare un qualcosa di turistico solo per guadagnare soldi, se vogliono inquinarla… cioè, va bene che non possiamo sapere se sono buoni, però meglio non rischiare».

Già in diversi casi bambine e bambini qui sottolineano la CONTINGENZA, il fatto che non sappiamo cosa aspettarci da chi non conosciamo. «Qui è una situazione un po’ diversa: noi siamo in un’isola e siamo in minoranza. Se alla fine non sono buoni, non ci possiamo difendere bene».

Sean: «Io sono d’accordo con Samira. Perché poi, se noi decidiamo di accoglierli, loro potrebbero fare finta… Possono essere buoni, possono essere cattivi. Possono fare finta di essere buoni e poi farci i dispetti». «Poi loro se si accolgono, alcuni potrebbero andare via e chiamare altre persone…».

Ma se non vengono accolti? Come potrebbero reagire?

Charvie: «Se non li accogliamo, forse si arrabbiano e tornano indietro, poi tornano [verso l’isola] con più persone e ci possono attaccare».

Caterina: «Ma tu che ne sai che vogliono restare lì? Forse sono solo in viaggio. Se vogliono starci una notte va bene».

Mattia: «Magari volevano andare in un’isola, ma si sono sbagliati».

«Io sono d’accordo con Caterina, perché se devono, se vengono da un altro paese e stanno vedendo l’Italia e altri paesi…», va bene. Se sono cioè in crociera e vengono soltanto un giorno, non ci sarebbero problemi.

Nahir: «Secondo me loro saranno venuti per un motivo, no? Se un motivo di quelli, dato che noi non abbiamo tecnologia per informarci, se sono venuti in quest’isola anche per caso, perché c’era una guerra nel loro paese, noi li mandiamo via e loro non sanno più cosa fare».

Martina: «Se tipo sono davvero 500, la nostra isola se li ospitiamo tutti diventa affollata. Se decidiamo di ospitarne diciamo 300, poi se questi 300 sono più cattivi e vogliono conquistarla e gli altri 200 erano buoni…». Nel gruppo c’è chi se la immagina grande l’isola, abbastanza grande per ospitare tante persone, e chi se la immagina piccola.

Samira: «Io volevo chiedere una cosa. Noi siamo in pochi. Non abbiamo pensato a costruire delle armi, va beh, perché non si pensava che arrivassero. Arrivano loro che sono in cinquecento: se li vogliamo cacciare, come facciamo?». Non vorrebbe però Samira armi da fuoco, ma «almeno qualcosa per difenderci».

Dopo la discussione, mettendo ai voti, si ha un risultato tutto sommato inatteso rispetto alla conversazione:

Mandiamo via i nuovi arrivati senza provare a conoscerli: 5

Proviamo a conoscerli e decidiamo dopo se ospitarli o no: 12

C’è un’indecisione, il dubbio sulla direzione da prendere, ma una maggioranza si è formata.

Ma questo che abbiamo iniziato è il gioco della politica e della democrazia: un gioco infinito, che richiede di esplorare pazientemente e appassionatamente lo spazio che si apre tra ciò che esiste, ciò che è desiderabile e ciò che che è possibile.

Poesie