Utopia di Bergamo

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Luogo: Scuola primaria “G. Rosa”, I.C. Camozzi, Bergamo (classi V A e V B)
Data: lunedì 23 maggio 2016
Gruppo: 34 bambine/bambini
Filosofo: Luca Mori
Modalità di trascrizione: tutte le parti tra «…» sono da intendersi come citazioni letterali, verbatim, di quanto hanno detto bambine e bambini, di cui è stato inoltre riportato il nome ogniqualvolta la registrazione lo ha reso possibile. Le parti tra parentesi quadre […] sono precisazioni mie, per rendere meglio comprensibili gli elementi impliciti nelle frasi trascritte.
Letture consigliate dopo l’esperienza: Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Editore. De L’uomo che piantava gli alberi si trova su YouTube anche un cartone animato completo della durata di circa 30 minuti, da vedere (inserendo il titolo come parola chiave per la ricerca); U. Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani, Milano 2013; J. Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, Feltrinelli; A. de Tocqueville, Atlante delle città perdute, Bompiani, Milano 2015; A. Ehsani, Stanotte guardiamo le stelle, Feltrinelli 2016; Voltaire, Micromega, varie edizioni.
In aula con me: Insegnanti Mariassunta Tironi, Emanuela Di Vita, Cristina Noris | Giuliana Beretta, membro dell’Equipaggio del Gioco delle 100 Utopie come “grande donatrice”, rappresentante della Fondazione IL CHICCO DI RISO Onlus di Bergamo + Simone Casiraghi, giornalista, “L’Eco di Bergamo”
Bambini: Gianluca, Lorenzo, Riccardo L., Benedetta, Marco, Matteo G., Riccardo C., Francesca, Roberto, Simona, Matteo C., Giulia, Margherita, Tommaso T., Alessandro, Carolina, Gabriele, Emily, Paola, Linda, Vittoria, Anna, Beatrice, Daniele, Stanley, Federico, Paolo, Riccardo G., Tommaso E., Lorenzo F., Stefano, Luigi, Jostin, Riccardo P.

I primi bisogni

Ecco che il viaggio inizia, come al solito chiedendoci, come Socrate nella Repubblica di Platone, quali saranno i primi bisogni da soddisfare, o le prime cose di cui avremo bisogno. Ecco come ne parlavano i personaggi del dialogo platonico:

«Ma il primo e maggiore dei bisogni è quello di procurarsi il cibo in vista dell’esistenza, cioè della vita stessa». «Assolutamente». «Il secondo bisogno è quello dell’abitazione, il terzo dei vestiti e cose simili». «Sono questi». «Bene, dissi, come farà fronte la città a queste esigenze? Non ci sarà per la prima un contadino, per la seconda un muratore, per la terza un tessitore? E non vi aggiungeremo anche un calzolaio o qualcun altro che provveda alla cura del corpo?». «Certo». «Così la città, ridotta all’indispensabile, risulterebbe formata da quattro o cinque uomini». «A quanto pare» (Resp., 369d-e, trad. Vegetti).

 Vediamo cosa dicono bambine e bambini di Bergamo.

Paola: «Dovremmo avere cibo e acqua per sopravvivere».

Carolina: «Cibo e acqua».

Alessandro: «Cibo e acqua e una casa per vivere».

Riccardo C.: «Cibo e acqua e una casa per vivere». Anche Francesca.

Benedetta pensa al calore, che può essere prodotto con il fuoco o venire dal sole.

Riccardo P.: «Allora, serve cibo e acqua, poi anche un’ascia per tagliare gli alberi per fare la casa, poi chiodi e martello per costruire». Riccardo ha dunque pensato agli attrezzi di cui potremmo avere bisogno.

Stefano: «Io farei… prenderei un falcetto per tagliare le erbacce e andare a esplorare l’isola».

Riccardo G.: «Strumenti per pescare, per cucinare e per allevare».

Paolo: «La compagnia di altre persone».

Federico: «Le regole».

Stanley: «Una barca per spostarsi».

Beatrice: «Dei sentieri, secondo me».

Anna: «Avere più compagnia degli animali e poi potevamo avere degli zaini per esplorare l’isola».

Matteo C.: «Serve un mezzo di trasporto per spostarsi sull’isola. Una jeep?».

Un fuoristrada. Francesca: «Dovremmo cercare dei terreni fertili».

Benedetta: «Degli attrezzi, come delle corde e dei picconi, per andare in montagna e per fare scalate, per vedere com’è l’isola dall’alto».

Lorenzo: «[Dovremmo] vivere sulla cima della montagna, per vedere quando arrivano delle persone, se ci sono pericoli». Pericoli che potrebbero portare queste persone.

Gianluca: «Addestrare un animale, perché se ti attaccano animali feroci, almeno hai compagnia».

Dunque, avremo bisogno di animali da difesa. Gianluca pensa ad esempio a un cane lupo.

Roberto: «Costruire dei ponti sul torrente e magari una diga».

Tommaso T.: «Avere una mappa per orientarsi sull’isola». Alessandro voleva dire proprio questo.

In nessun altro posto era venuto in mente finora di fare una mappa dell’isola. Può essere l’occasione per studiare come si fanno le mappe.

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Paola: «Fare delle città piccole, già perché siamo un po’ in tanti, ma che non inquinino l’ambiente; così se ci sono degli animali stanno bene, senza problemi».

Anna: «Per esempio uno zoo per gli animali, per allevarli e accudirli, e poi magari anche dell’attrezzatura per andare in acqua ed esplorare».

Paolo: «Attrezzi per cacciare».

Riccardo G.: «Bisognerebbe aggiungere l’isola nella cartina geografica del mondo, poi mettere dei porti per aerei e navi, per accogliere le persone che arrivano».

Stefano: «Iniziare a piantare gli alberi da frutto e insalate e ortaggi».

Luigi: «Un po’ di allevamento e agricoltura».

Stanley: «Bisognerebbe [fare] tipo una strada, così ci si potrebbe allenare… tipo a correre, per stare in salute». Si potrebbero fare dei percorsi di agilità, per diventare un po’ più agili.

Roberto: «Se ci sono degli animali sull’isola, li chiudiamo in alcuni zoo».

Benedetta: «Secondo me, invece di come ha detto lui avere degli animali [da guardia] per difendersi, si potrebbe costruire un pezzo della città sopra gli alberi, così ti puoi difendere dagli animali che stanno a terra».

Tommaso E.: «Ci servirebbe una bussola per orientarsi».

Paolo: «Tipo una deviazione al fiume, con un laghetto, così almeno la corrente non ti trascina via». Si tratta cioè di limitare la velocità della corrente.

Beatrice: «Iniziare a costruire delle scuole». Anche le scuole compaiono dunque tra i primi bisogni.

Anna pensa alle case sugli alberi pensando di farne una specie di parco avventura.

Paola: «Io sullo zoo ho un po’ dei dubbi. Che gli zoo dipende, se sono aperti oppure chiusi come gli zoo che ci sono adesso, che [gli animali] sono dentro a delle gabbie. A me non piace essere rinchiusa».

Marco: «Correre per tutta l’isola e memorizzare come è fatta, e quando hai memorizzato come è fatta l’isola fare una cartina per orientarsi». Matteo G.: «Trovare dei punti di riferimento». «Costruire un acquedotto», è un’altra idea.

Lorenzo: «Avere il Wi-Fi».

Gianluca: «Dove c’è quel fiume costruire un ponte per andare da una parte all’altra».

Consideriamo ora quali sono le cose a cui siamo abituati e che sarebbe meglio non portare sull’isola, per viverci bene.

Vittoria: «I mezzi di trasporto, le macchine». Vittoria non porterebbe i mezzi a motore che inquinano, il che contrasta con un’idea precedente.

«Non iniziare a costruire città troppo industrializzate», dice un bambino.

Anna: «Non tagliare troppi alberi, perché sennò poi non c’è più natura».

Federico: «Tutti noi stiamo in una scuola. Con una città occupi troppo spazio. [Suggerisco di] costruire un ambiente più piccolo».

Notiamo che è stato utilizzato spesso l’avverbio (e aggettivo) “troppo”.

Paolo: «Ritornando al discorso delle jeep, [potremmo portare] le jeep elettriche».

Margherita: «Non costruire fabbriche». Qualcuno prima aveva detto che l’isola dev’essere poco industrializzata. Qui si intende nessuna fabbrica, o almeno pare. Margherita precisa poi che ritiene possibile costruire «le piccole e le medie, ma non quelle allargate».

Perché? Perché spaventano lo smog e il fumo che producono.

Giulia: «Non costruire cose ingombranti».

Matteo C.: «Non portare animali esotici, sennò starebbero male in un ambiente diverso»

Roberto: «Non costruire case sugli alberi perché è pericoloso». Prima qualcuno aveva suggerito di costruire case sugli alberi proprio per proteggersi dai pericoli e ora consideriamo la possibilità che proprio lì, con questa scelta, possa nascere un pericolo. Roberto non è d’accordo con la proposta precedente, «perché potrebbero esserci degli animali che si arrampicano sulla casa e ci vengono ad aggredire».

Riccardo G.: «Non costruire supermercati giganti, perché sennò arriverebbero turisti con cose che… che vengono con le macchine, lasciano giù le cartacce», «… buttano anche [le cose] tutte via». Si potrebbero costruire supermercati piccoli.

Matteo G.: «Non portare giochi elettronici e cellulari, perché non ci fanno parlare; sennò diventiamo antisociali». È un tema su cui ho trovato molte altre indicazioni in utopie immaginate da bambini in altre parti d’Italia. Qui, alcuni dispositivi utilizzati per il social networking, cioè per creare reti sociali, sono accusati di generare condotte “antisociali”.

Benedetta: «Volevo dire che quei pochi, quelle pochissime fabbriche che si costruiscono, per non inquinare potrebbero essere alimentate con il vento oppure panelli solari».

Torniamo sul tema sollevato da Matteo G.: cellulari e videogiochi… rendono antisociali, perché «non parliamo tra di noi». Ma in che senso? «Intendo: non parliamo a voce, ma parliamo attraverso dei messaggi». Che differenza c’è?

Altri amici vogliono aiutare Matteo G. a rispondere.

Lorenzo: «Non portare armi da fuoco». Lorenzo che voleva il Wi-Fi dice anche: «Videogiochi no, cellulari sì». Gianluca: «Sono più d’accordo sui cellulari, perché se hai un amico che è partito per una missione e è in pericolo, può chiamare».

Francesca: «Io non sono d’accordo di portare i cellulari, perché se hai bisogno di aiuto puoi chiamare un vicino». «Non portare televisioni perché sennò rimani sempre dentro la tua casa e non ti fanno andare in giro», aggiunge un bambino.

Linda: «A proposito dei cellulari: invece di portare i cellulari, potremmo portare i walkie-talkie, che quelli non hanno giochi e quindi non stiamo incollati». Il problema dei cellulari insomma è provocato dai giochi che ci fanno stare incollati agli schermi.

Riccardo P.: «Sui porti e sugli aeroporti: non li metterei perché rovinerebbero l’ambiente. Perché un aeroporto ci vuole tanta strada per fare decollare un aereo, anche se è piccolo, ce ne vuole tanta».

Troppo grande e lunga la striscia d’asfalto: «rovinerebbe la spiaggia e inquinerebbe anche il mare».

Luigi: «Non portare reti gigantesche che usano gli uomini per pescare, ma pescare con l’amo e basta, perché sennò non ci sono più pesci». Con la rete si prenderebbero troppi pesci.

Stefano: «Iniziare a costruire meno asfalto, perché con le macchine con cui si costruisce l’asfalto si inquina molto e costruire tipo dei campi da calcio con le risorse, tipo da fare degli sport, costruire dei campi da sport. E rinunciare alle navi perché il loro scarico è troppo inquinante. E usare barche a remi».

Tommaso E.: «Non usare il camino perché inquina tantissimo».

Paolo: «Volevo ritornare sul fatto dei cellulari. Magari si potrebbe portare, invece di quello con lo schermo, quello lì con la tastiera». Cioè tornare ai cellulari di qualche anno fa, che non avevano giochi sugli schermi. Ci rimangono “attaccati” soprattutto gli adolescenti, andando verso gli undici anni. Un bambino testimonia di avere smesso di giocare con i videogiochi, mentre un altro pensa che anche a lui e ai suoi compagni potrà capitare di restarci attaccati in futuro.

Una bambina fino ad ora silenziosa alza la mano, Simona: «Sulla cosa di Paolo. Esistono anche telefoni anche con la tastiera e anche touch». Ma è meglio andare direttamente sui walkie talkie o sui telefoni con sola tastiera, dicono altri. Stanley: «Potrebbero usare dei telefoni piccoli e usarli solo per emergenza». Anna: «Io non ero molto d’accordo sul fatto delle dighe, perché per costruirle ci vuole tanto tempo e poi inquinano tanto».

Qui stiamo mettendo in discussione anche alcune idee (aeroporti, dighe) che alcuni avevano messo tra i primi bisogni. Vittoria dice che dovremmo avere un cibo non industrializzato, ma prodotto da noi sull’isola. Paola: «Sul cellulare, a noi non siamo nati con il cellulare, proprio non ci servirebbe per niente. Possiamo socializzare con le lettere, se siamo lontani, ed è meglio parlare faccia a faccia, che stare… non sapere chi è mentre parli… o [si può fare] qualche volta, ma raramente. Invece parlando lo vedi più volte e forse puoi farci anche più amicizia, che parlandoci col cellulare».

Beatrice: «Sono d’accordo con Anna sul fatto delle dighe, perché per costruirle servono anche molti alberi». Noi abbiamo detto che non dovremo tagliarne molti.

Tommaso T.: «Non portare sull’isola cose tecnologiche, perché ci fanno sprecare energia».

Ancora sulle tecnologie dotate di schermo: utilizzi e ambiguità

Qui però dobbiamo capire meglio cosa intendiamo quando parliamo di “cose tecnologiche”. Anche i vestiti che indossiamo, gli occhiali, i fornelli che utilizziamo in cucina e così via sono cose tecnologiche. Tommaso T. intende «tipo telefonini, televisori, PlayStation, computer». I dispositivi citati sono tutti dotati di schermo. È questo insieme di tecnologie che costituisce un problema particolare.

Roberto: «Io sono d’accordo con Riccardo, perché le televisioni potrebbero servirci per sentire le notizie dal resto del mondo, perché comunque l’isola è lontana… e poi anche sul fatto delle lettere, ci servirebbero comunque dei mezzi di trasporti come navi e aeroporti… però si potrebbero usare piccioni viaggiatori per le lettere». Roberto solleva all’attenzione di tutti questa esigenza di comunicare con il mondo.

Francesca fa qui un’osservazione, tornando ai telefonini, che fa emergere un implicito interessante: «Non sono d’accordo con i walkie talkie perché se poi ti scordi di darglielo [a uno che va in giro per l’isola]… il telefono invece te lo porti dietro sempre». Dunque, l’implicito è questo: il telefono è un oggetto che si porta sempre con sé. «Non è vero», dice qualcuno. Ma pare sia così: come fosse un’estensione del corpo stabilmente a portata di mano. Soltanto vent’anni fa, questa espressione sarebbe stata incomprensibile: portarsi sempre dietro il telefono… cosa vuole dire?

Benedetta: «Però, io dico che vedo i miei compagni che parlano di questi gruppi WhatsApp e così… Io dico: perché li fate, se poi comunque vi vedete qua tutti i giorni a scuola? Anche se… cioè dico: a cosa vi servono?».

Servono per restare in contatto quando si va alle Medie, dice Riccardo G.

La domanda di Benedetta è però interessante, ricordando quanto aveva detto prima Matteo: certi oggetti rendono antisociali, nel senso qui inteso che fanno socializzare di meno; eppure ora sembra che certi strumenti forniti attraverso le app per cellulari e cose simili, come i gruppi WhatsApp, siano utili a socializzare o a mantenere il contatto nel tempo. Dunque, dove siamo?

Iniziamo a cogliere l’ambiguità dello strumento: il dispositivo tecnologico, pare, a seconda dell’uso che ne facciamo, può avere effetti molto diversi su di noi. Può “isolarci”, “farci stare attaccati” allo schermo, ma anche “tenerci in contatto” e dare occasioni per rivedere gli altri.

Marco: «Io non sono d’accordo con l’idea di Paola, perché se sei lontano e non riesci a parlare con l’altro che è… non riesci a comunicare con l’altro che è dall’altra parte dell’isola, e hai bisogno di una cosa per ascoltarlo…». «Le lettere!», dice una bambina. «Ma se è dall’altra parte dell’isola!». Marco insiste sull’esigenza di comunicare istantaneamente: con la lettera c’è bisogno di TEMPO per fare arrivare un messaggio da A a B; questi strumenti qui permettono una comunicazione in diretta, con possibilità di interazione istantanea.

Linda: «A proposito delle televisioni, che dopo è vero che ti vengono informazioni dal mondo; ma comunque la radio non ha lo schermo, ma comunque occupa anche meno spazio e consuma meno energia». Dunque Linda porterebbe la radio anziché la televisione sull’isola.

Vittoria: «A proposito dei cellulari, usiamo le cabine telefoniche, che non puoi usare i videogiochi ma puoi solo chiamare».

Anna: «Io sono d’accordo con l’idea di Paola: comunque, anche se ci impieghi un tot di tempo, puoi addestrare degli animali più veloci e [il messaggio] può arrivare più velocemente, se li addestri».

Stanley introduce un altro tema, che riprenderemo in seguito: «C’è anche bisogno tipo di una persona, che non comandi in modo cattivo; però comandi tipo dice “costruite quella cosa”, però li paga; oppure se vengono delle persone e vogliono tipo costruire un’industria, quella persona dice di no». È il tema del governo.

Federico: «Si possono bloccare i telefoni. Per andare più Internet: cioè, Internet si può tenere, ma per andare nei giochi si può bloccare con una password. Poi usando per esempio un piccione, durante un viaggio, se sei al centro dell’oceano ci sono molte tempeste e a volte si può morire». In questo caso non sapremmo mai se un messaggio arriverà davvero a destinazione.

Paolo: «Ne ho due [cose da dire]. La prima, che sei al telefono e stai giocando a un videogioco, dopo una certa ora si blocca e si spegne tutto. Un’ora e poi si blocca». Riccardo G. commenta: «Una città all’avanguardia [diventerebbe questa]». Riprende Paolo: «E la seconda, quando ci sono tipo dei disastri naturali, tipo tsunami tornado o piogge forti, ci sono degli allarmi».

Stefano: «Io a Benedetta risponderei così: perché su un’isola bisognerebbe portare i telefoni? Non ti servirebbero. Se l’isola è piccola, potresti anche andare in giro per parlare con gli altri». Qui si usano perché la città è molto più grande. «Poi un’altra cosa è quella nelle case: nelle case costruire coperte. Poi un’altra cosa: bisognerebbe creare un sindaco che comandi l’isola».

Simona: «Non sono d’accordo con l’idea di Benedetta, perché comunque se hai dei compiti da fare, ti sei dimenticato cosa devi fare, i compagni ti possono aiutare [tramite Internet, con il gruppo WhatsApp a distanza]». «Se magari ti dimentichi i compiti…». «Devi stare più attento!», dice una bambina. Non diventa un alibi il fatto di avere WhatsApp. «Poi durante le vacanze puoi organizzare, se vuoi invitarlo puoi farlo su WhatsApp», riprende Simona.

Francesca: «Rispetto ai walkie talkie è più semplice da portare dietro [con sé, il cellulare]. Poi un’altra cosa su Benedetta. Noi siamo in quinta elementare e poi andremo alle medie: se vogliamo rimanere in contatto e organizzare qualcosa, possiamo mandare un messaggio per incontrarci da qualche parte».

Benedetta: «Io voglio dire che queste cose qui le utilizzi sempre: le utilizzi una volta, poi le utilizzi sempre».

Ricordiamo qui che il problema che i bambini stanno affrontando viene studiato anche da adulti che si interrogano sugli effetti di queste tecnologie su di noi. Ad esempio, c’è una studiosa importante, di nome Sherry Turkle, che ha scritto un libro sull’argomento intitolato “Insieme ma soli”. In inglese: “Alone together”, che vuol dire “Soli insieme”. Da quello che stanno dicendo qui i bambini, la stessa tecnologia (il telefonino) permette di organizzarsi per stare insieme, ma può diventare anche un elemento che isola o porta a socializzare di meno, a stare “attaccati” allo schermo.

Abitare sull’isola

Dopo avere inserito tra i primi bisogni anche scuola, famiglia e animali domestici, si inizia a discutere di come si potrebbe abitare sull’isola: come e dove andranno costruite le abitazioni?

Riccardo C.: «è meglio farle attaccate, però non troppo, perché sennò stai troppo attaccato. E dalle altre parti faremmo le coltivazioni». Si tratta di una specie di villaggio.

Roberto: «Io sulla domanda di prima non sono d’accordo con Linda, perché comunque con la radio non puoi vedere le immagini. E sulle abitazioni, sarebbe meglio farle magari sul mare o sulla montagna, piccoli villaggi. E nel bosco».

Matteo C.: «Tipo, se c’è una famiglia, fare tre o quattro case tutte vicine, che ci sta una famiglia. Poi due o tre metri, altre case di altre famiglie; altri due o tre metri, altre case di altre famiglie. E nel resto dell’isola: però queste case vanno vicine al fiume, e nel resto dell’isola agricoltura e allevamento».

Riccardo P.: «Preferirei fare le case in una grotta. Nel senso di farle dentro una grotta, perché così almeno si preserva il paesaggio dell’isola e rimane bello». Luigi: «E poi c’è più spazio per coltivare».

«Sei anche al sicuro nella grotta, perché se c’è un tifone fuori…», «… la casa di legno non ti serve a niente».

Paesaggio: «Il paesaggio dell’isola con alberi e fiumi: se qua si costruisce una casa, si vede».

Bergamo è un solo paesaggio o tanti? «Dipende dal tipo di quartiere. Ci sono dei quartieri quasi abbandonati, vecchi, con tutte quelle case che vanno a pezzi, quelli sono brutti. Invece quelli un po’ moderni sono belli». Quindi dentro una città come Bergamo ci sono tanti paesaggi diversi, ma in generale c’è poca vegetazione: «con una percentuale, ci sarà più o meno il 20%». E secondo lui è poca.

«Quando le costruiscono non ci si pensa, però dopo sì. Nel senso, uno quando arriva e costruisce una città, vede un bel paesaggio e pensa lì di fare del turismo. Quando la costruisce però una bella città, poi si accorge che non c’è più il paesaggio bello».

Stefano: «Io vorrei dire tante cose. La prima cosa è che io occuperei tutta l’isola. Allora io occuperei tutta l’isola, perché almeno occuperemmo lo spazio e non saremmo troppo attaccati. Perché almeno tutta l’isola sarà ben coltivata, e non è che una parte è soltanto coltivata e tutta l’altra parte è abitata. La seconda cosa è che le case, io le farei di pietra. Io occuperei le risorse naturali, per esempio la pietra e per esempio i tetti li farei con una pietra speciale, che adesso non mi viene il nome».

Riccardo G.: «Secondo me le case dovrebbero trovarsi non troppo vicine, ma comunque vicino al fiume; perché molti dei miei compagni hanno tirato fuori idee sul non ingombrare l’isola, perché se le case venissero costruite non vicino al fiume, bisognerebbe costruire acquedotti». Questo per fare ciò che molti compagni hanno detto: non ingombrare l’isola.

Stanley: «Torno alla cosa di prima. Non sono molto d’accordo su quella cosa di Stefano, perché il sindaco potrebbe essere… non c’è molto da fidarsi». Stefano: «Ma se lo voti te!». Ne parleremo tra poco.

Stanley: «Se vogliamo costruire delle case, possiamo costruire anche una chiesa, se qualcuno vuole sposarsi».

Anna: «Io a riguardo delle case, vorrei fare tipo dei tunnel sotterranei belli grandi, che non cadano, così si possono incontrare dei canali, camminandoci».

Linda: «A proposito delle case, sarebbe meglio farle non troppo vicine, ma comunque vicine per farle come punto di riferimento se ci si perde».

Paola: «Io, adesso che ci ho pensato bene, sull’isola… non vorrei proprio usarla».

«Eh?», «Eh?», chiedono alcuni.

«Perché a ogni modo noi inquineremo lo stesso, in qualsiasi cosa che faremo. Quindi l’isola la lascerei lì tranquilla, con i suoi animali, naturale com’è».

Ci troviamo qui ad un punto estremo nella “leggerezza” che si vuole tenere rispetto all’isola. Abbiamo detto, qui come altrove, che non si dovrà inquinare troppo, tagliare troppi alberi, costruire troppe case o strade, costruire troppe industrie… Allora, le isole di utopia immaginate fin qui sono spesso molto curate dalla presenza “leggera” dei bambini, ma qui si tocca un punto estremo: l’idea che sarebbe meglio non andarci, perché non potremmo andarci senza rovinarla. La nostra sfida però è quella di immaginare come andarci, per avere idee su come potremmo fare per gestire al meglio la nostra presenza in un luogo. «Non lo troveremo: resteremo sempre sullo stesso punto. Un’idea di meno o di più, è sempre lo stesso». Lo stesso in termini di inquinamento. Non riusciremo cioè a non inquinare, a non rovinare l’isola. Secondo Paola. Ma ci sono tuttavia delle cose fatte meglio e delle cose fatte peggio. Ancora Paola: «Alcune cose hanno un limite e questo va bene. Però abbiamo anche troppo» e tendiamo a fare troppo.

Alessandro: «Io per le case, le farei vicine, ma non case vicine… farei un albergo, un hotel, che almeno c’è più terra coltivabile». In questo albergo si vive in tanti, tra amici.

Roberto: «Io andrei sul moderno e non sono d’accordo né con Stefano né con Riccardo, perché comunque le grotte e le case in pietra sono un po’ pericolose, anche vicino alle montagne. Io piuttosto costruirei un’isola artificiale vicino, un po’ più piccola, così per costruire più case e avere più terreno coltivabile».

«Ampliare il territorio dell’isola», commenta un bambino.

Francesca: «Io non sono d’accordo con l’idea di Stefano, di costruire case su tutta l’isola, perché comunque non ci sarebbe più terreno da coltivare». Ma l’idea di Stefano, approfondendola un po’, era quella di occupare l’isola con case sparse e distanti, non quella di costruire ovunque.

Riccardo C.: «Per la cosa dei cellulari e per chi dice delle fabbriche, per fare il cellulare servono le fabbriche… E poi seconda cosa, per le case, di non portare le bombolette spray che fanno…»; «… il buco nell’ozono», dice Benedetta.

Si torna con Matteo G. sui cellulari: «Io riguardo a quello di prima non sono d’accordo con Francesca, perché se tu guardi sorelle e fratelli che hanno almeno sedici anni, stanno sempre attaccati al cellulare, non parlano mai con la famiglia». Può capitare.

Marco: «Io sono d’accordo con l’idea di Alessandro, cioè di costruire hotel e non case, perché le case occupano più spazio, mentre gli hotel sono alti e occupano un certo spazio. E negli hotel oltretutto ci sono tante camere e in queste camere ci vivono tante persone. Contando che sono delle piccole case sovrapposte, ci vivono tante persone».

Benedetta: «Due cose. Per le case, si potrebbero costruire sotterannee, così hai tutta l’isola per coltivare e in caso di tsunami… [sei protetto]. Seconda cosa, Roberto, se costruisci un’isola per andarci devi poi costruire anche porti e aeroporti». «No, bastano anche le barchette a remi, perché è vicina».

Gianluca: «Anche io sono d’accordo con Alessandro, perché qualcuno aveva detto che le case volevano farle in legno, ma se un colpo di fulmine le colpisce, bruciano».

Leggi dell’isola.

Vediamo ora se sull’isola ci saranno oppure no delle leggi.

Gianluca: «Tutti devono rispettarsi e collaborare tra di loro».
Riccardo L.: «Rispettarsi e collaborare, come Gianluca».

Benedetta: «La regola più importante secondo me dovrebbe essere: “non inquinare”».

Marco: «Io sono d’accordo con Benedetta e ci devono essere le leggi, perché senza leggi si porta alla rovina».

Riccardo C.: «Io farei delle leggi, però non troppe perché sennò la gente si stancherebbe perché non sarebbe più libera, e la più importante sarebbe di collaborare per fare le cose».

Francesca: «Sì, sono d’accordo che bisognerebbe fare le leggi. Ma non ce ne dovrebbe essere una più importante. Tutte sono importanti».

Roberto: «Io direi che le leggi si devono fare, però non come tutte quelle che abbiamo adesso, perché abbiamo detto che alcune cose non le metteremmo sull’isola. Quindi le leggi ci sono, ma di meno di quelle che abbiamo adesso, e sono anche con Francesca, che le leggi devono essere tutte importanti».

Simona: «Ci devono essere le leggi secondo me, e la più importante: Fai quello che vuoi, ma non intralciando la libertà dell’altro».

Matteo C.: «Per me ci sono le leggi, la più importante sarebbe che devi aiutare il popolo, senza dare danno alla natura».

Giulia: «Per me sì, ci sarebbero le leggi e la più importante sarebbe di rispettare l’ambiente».

Tommaso T.: «Le leggi ci dovrebbero essere e per me la più importante è quella di aiutarsi l’uno con l’altro».

Alessandro: «Le leggi ci dovrebbero essere e le due più importanti dovrebbero essere, per me, non inquinare e non uccidere gli animali».

Carolina: «Due leggi: sarebbero di rispettare l’isola e non inquinare».

Gabriele: «Ci dovrebbero essere e la più importante dovrebbe essere: “non danneggiare la natura”».

Paola: «Per me ci devono essere le leggi, però il sindaco non ci dovrebbe essere che le dice; perché ognuno dovrebbe avere la propria idea e se il sindaco decide la propria legge, non è che sia proprio giusto. E poi ognuno ha la sua propria libertà, ma che deve fare anche del bene per gli altri. Come [dice] Simona, che non intralcia la libertà degli altri».

Linda: «Secondo me dovrebbero esserci [le leggi], ma sono tutte importanti e non ce n’è una più importante».

Vittoria: «Secondo me ci devono essere le leggi e la più importante è quella di non uccidere».

Anna: «Ci dovrebbero essere le leggi, ma non troppe, perché oggi ci sono talmente tante leggi che nessuno le rispetta tutte. E per me la più importante è quella di collaborare e aiutarsi».

Beatrice: «Per me ci dovrebbero essere le regole: le più importanti sarebbero di rispettare l’ambiente e le altre persone».

Daniele: «Per me sì, ci dovrebbero essere le leggi, e la più importante è di fare quello che preferisci senza essere giudicato dalle altre persone».

Stanley: «Per me ci dovrebbero essere le leggi e la più importante è quella, come ha detto Beatrice, di non distruggere l’ambiente. E quella che non si dovrebbe tagliare un albero per fare una casa: si lascia lì e si fa accanto».

Federico: «Per me ci dovrebbero essere le leggi e tutte le leggi devono essere scritte e devono essere scelte dal popolo. E la più importante è di non uccidere».

Paolo: «Per me la legge dovrebbe essere come… hai presente quella romana? Non me la ricordo benissimo, che tipo se qualcuno dà uno schiaffo a una persona, quella persona che ha ricevuto lo schiaffo deve darlo…». La legge del taglione, dice qualcuno. «Non è neanche romana», dice qualcuno.

Così capiamo che qui può essere importante leggere un po’ di storia, per prendere posizione. C’è anche differenza tra schiavi e persone libere, in quell’elenco di leggi a cui Paolo fa riferimento.

Riccardo G.: «Io non sono d’accordo con Anna, ma sono d’accordo con Paolo, perché secondo me ci dovrebbero essere le leggi che ci sono adesso a Bergamo e anzi anche più, forse ci dovrebbero essere anche più leggi, perché in una città così ci potrebbero essere molte persone non raccomandabili, appena arrivate magari con l’emigrazione e in un certo senso ognuno dovrebbe essere disciplinato, dovrebbe rispettare le leggi facendo il proprio meglio».

Tommaso E.: «Le leggi ci dovrebbero essere e le due importanti sarebbero quella di rispettarela natura e di non rubare le cose degli altri».

Lorenzo F.: «Le leggi sì, si dovrebbero avere e la più importante è che ognuno deve avere un proprio lavoro».

Stefano: «Un po’ di cose che volevo dire io le hanno dette i miei compagni. Però sì, sono d’accordo di fare le leggi, però bisognerebbe deciderle tutti, non soltanto una persona come il sindaco. E poi volevo dire che la legge più importante sarebbe quella… come si chiama? Quella di non picchiare le donne. Perché adesso sui telegiornali ci sono tante cose sulle donne, che sono tanto più deboli, però non vuol dire niente. E sul lavoro, ognuno dovrebbe avere il proprio lavoro. E non bisognerebbe rubare».

Luigi: «Si potrebbero fare le leggi tutti insieme con un governo democratico e quindi votare, senza differenze sociali». Come evitarle? «La distruzione delle ricchezze», per evitare la presenza di ricchi e poveri.

Lorenzo: «Ci dovrebbero essere leggi scelte da tutto il popolo e la più importante è rispettare la natura e non danneggiare la roba d’altri».

 

A volte le leggi ci sono, ma non vengono rispettate. Cosa si dovrebbe fare allora sull’isola, se qualcuno non rispettare le leggi?

Gabriele: «Per me dovrebbe essere punito».

Emily è un po’ d’accordo, ma si sforza di pensare altre vie: inoltre.

Un bambino dice: «Dipende da che regola non rispetta».

«Come punizione grave, possono anche ucciderlo», dice un bambino. Ad esempio, chi ha ucciso qualcuno può meritare la pena di morte; oppure «se non è una cosa grave, potrebbero frustarlo». Un altro bambino pensa che in caso di crimini molto gravi (es. una persona che ha ucciso più volte altre persone) chi li commette potrebbe essere impiccato per fare vedere agli altri cosa succede.

Stefano: «Io non vorrei essere così crudele, però se non rispetti le regole, bisognerebbe avere prima di tutto tipo come la polizia, quelli che sorvegliano. Poi un’altra cosa: perché ucciderli? Magari gli fai come adesso: costruiamo delle galere e li lasciamo lì per qualche anno a pensarci a quello che hanno fatto».

«Però dipende dal reato: facciamo, se non è tanto grave, tipo cinque o sei anni; invece se è gravissimo per tutta la vita».

Lorenzo F.: «Bisognerebbe bandirlo dall’isola».

Federico: «Dipende dalla cosa che ha fatto: sta con una persona che la sorveglia un tot di tempo, che dipende [da quello che ha fatto]».

Roberto: «Io non sono molto d’accordo con Riccardo G., perché lui ha detto che dovrebbero esserci più leggi di quelle che ci sono adesso, ma se ci sono più leggi la gente non va, perché è meglio stare in un’isola, in una parte del mondo con meno leggi. Io avevo proposto meno leggi e più facili da rispettare. E poi proporrei che il popolo decida quanto, visto che gli abitanti non è che siano tantissimi, il popolo decide la pena». La decide ogni volta. «Non ha senso!», dice qualcuno.

Beatrice: «Io dico che ogni abitante dovrebbe avere come tre vite. Nella prima e nella seconda non succede niente, [ma] nella terza si prendono dei provvedimenti».

Paolo: «Una persona che ha commesso un reato e poi ha scontato la sua pena, gli verrà dato una specie di bracciale che se commette qualche crimine gli dà una scossa».

Riccardo G.: «Bisogna pagare». Dunque, sistemi di multe.

Stanley: «Quello in prigione, lo mettono in una prigione e poi se paga non è che esce, ma resta di meno».

Linda: «Fargli vedere da un altro punto di vista. Tipo se hai ucciso qualcuno, fargli vedere la sua famiglia come è diventata più triste».

Anna: «Bisognerebbe parlargli e farlo pentire di cosa ha fatto». Farlo pentire attraverso la parola.

Stefano: «Io sui pannelli solari, vorrei dire una cosa. Però adesso li costruiamo con delle macchine e sull’isola le macchine abbiamo detto che inquinano. E adesso con i pannelli solari come facciamo?». Dovremmo capire la coerenza tra ciò che vogliamo usare e il modo in cui lo produciamo. Su ogni scelta che faremo sull’isola, dobbiamo capire non solo ciò che vogliamo, ma ciò che provoca (gli effetti) e cosa ci vuole per farla.

Benedetta: «Secondo me chi non rispetta le regole non dev’essere punito in nessun modo. Gli si può parlare, senza usare in nessun modo di ucciderlo o di esiliarlo. Si potrebbe risolvere soltanto con le parole». Si possono dare degli esempi in più? «Le parole potrebbero avere effetto, perché tu potresti dirgli o fargli vedere i danni che ha creato, oppure potresti in qualche modo farlo pentire, farlo ragionare». Ad alzata di mano, sono 12 i presenti che pensano che le parole potrebbero avere un effetto tale da fare pentire qualcuno. Roberto, in dubbio, interviene per dire: «dipende dalla persona».

Lorenzo: «Per me no, perché se tipo gli parli lui capisce che se continua a farlo non subisce niente». D’accordo così Riccardo G.

La questione del governo

Abbiamo visto che sull’isola sarà necessario prendere alcune decisioni che riguardano tutti. Ricordiamo in via preliminare anche una storia raccontata da Erodoto, in cui si trova il primo confronto tra pregi e difetti delle forme di governo basate sul potere dei molti, dei pochi o di uno solo [nelle Storie, III, §§80-82, dove Otane, Megabizio e Dario sostengono rispettivamente il governo del popolo (plēthos archon, 80,6), l’oligarchia (oligarchíē) e la monarchia (mounarchíē)].

Ecco di seguito alcune ipotesi di bambine e bambini di Bergamo.

Roberto: «Direi di fare, dividere in tre parti: uno solo, pochi e tutti». Farebbe insomma tutte e tre le forme di governo contemporaneamente. «Si fa un re, poi un gruppetto di quattro o cinque e quelli che rimangono fanno il popolo. Uno prende le decisioni. Diciamo che tutto il popolo… c’è un problema e quindi i tre gruppi lo risolvono (re, pochi, popolo). Magari poi questi tre gruppi hanno delle idee diverse: le uniscono e visto che è dispari (il 3), quelli che sono in maggioranza vincono». Dunque, il re, gli oligarchi e il popolo danno 3 soluzioni distinte, poi mettono insieme le idee e la maggioranza di 2 su 3 vince.

Riccardo G.: «Io sono d’accordo con Roberto, ma secondo me quando c’è da prendere una decisione importante, più importante delle altre, bisognerebbe rendere gli oligarchi consiglieri del re e se si trova la soluzione bisogna fare votare il popolo “sì” o “no”, per commentare la decisione che ha preso l’oligarchia». In questo caso troviamo una regola relativa allo stato di eccezione, perché il modello d’azione qui descritto riguarda il caso particolare della decisione “più importante delle altre”.

Paolo: «Io pensavo che il re, quando prende una decisione sbagliata, cioè cattiva, il popolo può rieleggere un altro re. Però il re, se fa sempre la cosa giusta, ogni quattro anni deve cambiare». Perché? «Perché non va bene; si diventa un po’ ricchi, ci prende la mano». Il fatto di detenere potere per lungo tempo in questo caso viene escluso, anche perché «si dice che il potere di dà alla testa». L’osservazione di Paolo dunque stabilisce una cautela per l’isola rispetto ad un possibile fenomeno che riguarda il potere: il potere dà alla testa e chi lo ha ci prende la mano. Questo va evitato, stabilendo limiti alla durata dell’incarico di potere, anche se chi detiene il potere fino ad allora ha fatto sempre la cosa giusta.

Federico: «Dividerei tutte le persone in tanti gruppi e ogni gruppo sceglie una persona che prende tutte le decisioni di quel gruppo che ha. Poi fanno una specie di assemblea e ognuno dice quello che vuole e poi si decide tutti insieme». Qui troviamo dunque un sistema di rappresentanza per gruppi, in cui le decisioni si prendono nell’assemblea, dopo un primo passaggio di valutazione a livello dei gruppi.

Riccardo C.: «Ci dovrebbe essere un re, però quando ha una legge o un’idea chiede al popolo, e se più del 50% del popolo dice che va bene quella [legge o idea] è passata».

Benedetta: «Si potrebbe fare che a turni si governa per una settimana. Prima una famiglia una settimana, poi una settimana un’altra famiglia».

Stefano: «Io non sono d’accordo per niente, perché non è bello. Perché magari una famiglia può fare una cosa che dopo agli altri non piace». E Benedetta accoglie l’obiezione. Tra l’altro, se il turno è troppo breve (una settimana) una famiglia inizia una cosa e quella successiva smette di farla. «Però ci si può mettere la regola che se una famiglia inizia una cosa, c’è l’obbligo per l’altra famiglia [di concludere il progetto]».

Stefano: «Io volevo dire che per governare dovremmo fare che c’è uno che governa tutto, però lui dovrebbe avere delle regole. Cioè lui dovrebbe avere delle regole, così almeno quelle regole lo farebbero andare avanti. Il popolo dovrebbe esserne al corrente di quelle regole e se quel re non le rispetta il popolo può mandarlo via, può cacciarlo». Anche una “lei” può: «anche una donna ha gli stessi diritti degli uomini.

Riccardo P.: «La mia idea è che nella comunità le persone scelgono cinque rappresentanti e quei cinque ne scelgono uno che diventa il re. Poi i quattro che rimangono hanno sempre potere, però di meno [del re]; poi gli altri che hanno eletto quei cinque sono il popolo. E questi rimangono per tre o quattro anni». Nota: «Il re rimane in carica per due anni, poi torna tra quei cinque e se ne elegge un altro [di re, tra i cinque]». Il ciclo dura finché tutte le cinque persone non hanno ricoperto il ruolo di re: dunque, per dieci anni. «Ogni dieci anni si rifà tutto. Tutti quei cinque non hanno più potere e bisogna rieleggerne altri».

Stanley: «Tutte le persone devono scegliere una cosa, quindi si mettono d’accordo».

Riccardo G. commenta: «Era il metodo dei Greci».

Qui per mettersi d’accordo si dovrebbe votare, poi si fa quello che dice la maggioranza.

Roberto: «Visto che la legge di Riccardo P. è quasi uguale alla mia, potremmo unirle; nel senso che lui ha pensato all’elezione, io alle leggi. Quindi si potrebbero unire le due cose».

Stefano: «Io non sono d’accordo con Riccardo soltanto su una cosa: per due anni, perché per due anni è un po’ troppo poco per un re». Quindi proporrebbe cinque anni. In questo caso, «ogni venticinque anni si rieleggono i cinque membri del gruppo al potere». «Cosa puoi fare in due anni?«, chiede Stefano.

«Oppure – propone qualcuno – si potrebbe fare il popolo un tot di anni, oligarchia un tot di anni e il re un tot di anni». In questo caso il turno riguarderebbe le forme di governo.

Se però il gruppo di cinque viene scelto ogni venticinque anni, quando inizia l’ultimo turno sono passati vent’anni: quindi l’ultimo re è stato scelto, per essere re, venti anni prima rispetto a quando entra effettivamente in carica. Quanto sarà cambiata la persona nel frattempo? Quanto sarà diversa rispetto a quando è stata eletta? Potrebbe essere diventato più cattivo, come riconosce lo stesso Riccardo P.

Le idee sono troppe per riuscire a mettere ordine in un gruppo di bambini così grande con il tempo a disposizione. Abbiamo visto alcune possibili strade da prendere e le cautele necessarie.

Un punto non semplice da discutere riguarda il ruolo stesso dei bambini: potrebbero partecipare alle decisioni o no? «Secondo me è meglio di no, perché potrebbero fare cose strane. Un bambino di tre anni potrebbe anche eleggere in carica una torta. Metti che c’è un consiglio che ha fatto tre bambini: uno se ne va perché si è comportato male e quei due possono eleggere una torta al cioccolato». Così Riccardo P.

Stanley: «I bambini devono al massimo decidere sulle cose dei bambini, tipo chi vuole costruire un parco avventura… e loro decidono a maggioranza».

Luigi: «Io penso che i bambini possano fare parte del popolo, cioè possano votare, ma non possano diventare re e prendere decisione». Però possono votare a partire dai 12 anni e Luigi si escluderebbe dalla possibilità di votare sull’isola, ora, non avendo ancora 12 anni.

Benedetta: «Io ero d’accordo con Luigi, che sì i bambini faranno parte del popolo, però non possono né votare né essere eletti fino ai 12 o 13 anni». Marco direbbe fino ai 18 anni.

Roberto: «Io avrei un’idea. La famiglia da 8 anni fino ai 18 decide quando un bambino può votare; poi dai 18 in poi si può eleggere».

Stefano: «Sui bambini io voto mezzo, perché i bambini non è che farebbero dei disastri; però voto mezzo, perché potremmo creare – come abbiamo fatto quest’anno con la maestra Antonella – una carriera politica per noi bambini, che possiamo chiedere a quelli più grandi quello che noi desideriamo fare e i grandi cercheranno di provare a farlo».

Riccardo G.: «Io direi che i bambini non possono partecipare al governo, perché primo potrebbero essere influenzati dai propri genitori e secondo, secondo me, sono ancora troppo piccoli per partecipare al governo e votare sotto i diciotto anni». Ma gli adulti possono essere a loro volta influenzati? «Potrebbero essere corrotti [gli adulti], ma con meno probabilità».

Federico: «Si potrebbe fare una mini-repubblica [per i bambini]: uno viene eletto, poi dice le cose alle persone più grandi, a quello che viene eletto dalle persone più grandi».

Per trovare un’idea largamente condivisa tra tutte quelle fin qui emerse ci vorrebbe molto tempo. Comprendiamo così la fatica e il tempo richiesti dalla democrazia.

 

Adulti e genitori

Consideriamo l’opportunità della presenza degli adulti sull’isola, ricordando un problema sollevato da Platone nella sua Repubblica (VII, 540d): secondo il filosofo, il modo più rapido e facile per attuare una nuova costituzione consisteva nell’applicarla in una città abitata da cittadini che non avessero superato i dieci anni d’età (dunque, prossimi all’età dei bambini che stanno ora conversando sull’utopia). Ciò che per Platone costituiva un problema era, in particolare, il pensiero che gli adulti avrebbero portato nella nuova polis le vecchie abitudini, impedendo di fatto di realizzare la nuova costituzione e di fondare una città veramente giusta, migliore di tutte quelle esistenti.

Ci dovranno essere gli adulti sull’isola immaginata dai bambini di Bergamo?

Prima di iniziare a parlarne, sono 20 i bambini che ritengono che gli adulti debbano esserci sull’isola, assolutamente; 9 pensano invece che non debbano assolutamente esserci.

Iniziamo dai “no”.

Alessandro: «[No] perché con gli adulti possiamo fare meno cose che vogliamo e senza adulti possiamo fare tutto quello che vogliamo».

Stefano: «Però noi stessi abbiamo messo delle regole!». Non proprio tutto.

«No, perché se non ci fossero gli adulti, noi siamo ancora bambini e siamo irresponsabili. E sono gli adulti che ci danno delle regole».

Matteo C.: «Io no, perché come ha detto Stefano dovremmo metterci delle regole; potevamo più giocare e divertirci insieme agli altri bambini. [Gli adulti invece] sono un po’ noiosi».

Paola: «Io sono no a metà, perché noi adesso stiamo pensando di andare sull’isola: noi governeremmo nel modo bambino, non per tutto il popolo come pensano i grandi, ma che alcune volte fanno anche per se stessi… Poi, se viviamo tutti su un’isola e dopo cresciamo, quelli che sono più bambini piccoli dove ci mandano?». All’inizio gli adulti non ci vorrebbero, però, gli adulti, secondo Paola.

Stanley: «Io dico di no, perché se tipo ci sono solo bambini e non ci sono gli adulti, è come se i bambini non avessero i genitori, nessun familiare». Quindi Stanley vuole che gli adulti ci siano. «Poi se magari lì c’è un governo di bambini e c’è un bambino più grande di tutti, è tipo un bullo e quindi fa le cose…». Fa cose brutte: in questo caso gli adulti potrebbero risolvere l’eventuale problema del “bullo” che potrebbe nascere in gruppi di soli bambini.

Federico la pensa come Platone: gli adulti oltre i 10 anni porterebbero sull’isola abitudini vecchie, mentre da bambini si può cambiare più facilmente. A pensarci bene, però, porterebbe dei maestri «che insegnano ai bambini di comportarsi bene». Inoltre, i genitori potrebbero venire sull’isola.

Paolo: «Io ospiterei i bambini che gli sono morti i genitori».

Altri ospiterebbero solo adulti di fiducia e familiari.

Riccardo G.: «Anche io la penso come Paolo e Federico, perché alcuni adulti ci dovrebbero essere obbligatoriamente sull’isola. Cioè, io sto dicendo che i bambini per esempio non sono capaci di costruirsi un’abitazione dove vivere, di cucinarsi del cibo. Non hanno la capacità degli adulti: potrebbero imparare ma non hanno nessuno che glielo insegna [senza adulti]».

Margherita: «Gli adulti sì, perché ci aiutano a crescere e ci fanno capire molte cose della vita».

Giulia: «Sì perché ti insegnano a vivere bene e a comportarti molto bene».

Simona: «Secondo me sì, perché se i bambini scoprono quest’isola e i genitori devono andare via, i bambini soffrono e le mamme e i papà soffrono; poi se non ci sono gli insegnanti, quando torni a casa e che vuoi lasciare l’isola, non sai fare un cavolo».

Ma cosa rispondere a Platone allora, che teme le “vecchie abitudini” portate dagli adulti in tutti i posti nuovi. Simona: «Sì, gli adulti [ce la fanno a cambiare abitudini]: se i bambini li stimolano, ce la farebbero».

Riccardo C.: «Per me sì, perché siamo cresciuti con loro e ci hanno fatto imparare delle cose. Sarebbe difficile dirgli di andare via».

Marco: «Anch’io sì, perché i genitori ti insegnano le regole e le regole che ti hanno insegnanto i genitori le insegni anche ai tuoi amici e a loro volta agli altri ancora». C’è bisogno di stimolare gli adulti, come dice Simona? Secondo Marco sì, ma «non sempre: quando sono in periodo che stanno male sì; che hanno bisogno dello stimolo dai bambini che li aiutano a oltrepassarla quella difficoltà».

Benedetta: «Io non sono assolutamente d’accordo con l’idea [di Platone] che non ci devono essere adulti, perché gli adulti ti riempiono la giornata di amore e di sorrisi e comunque senza gli adulti noi non ci saremmo».

Paola: «Io sono un po’ contraria a quelli che hanno detto sì, ma [ne vorrei] pochi [di adulti], perché gli adulti come hanno fatto a imparare come si cucina, le regole? Come hanno fatto a imparare? [Dai loro genitori?] Sì, ma i primi. Erano già bambini, erano bambini quando hanno imparato». Paola pensa ai primi adulti che siano mai esistiti: hanno imparato da soli. Inoltre Paola dice: «Sì però gli adulti non hanno molte differenze da noi. Sì, sono grandi, forse hanno più capacità, ma loro quando hanno imparato erano bambini, perché i primi [adulti mai esistiti] hanno imparato che erano bambini».

Vittoria: «Secondo me ci devono essere gli adulti, perché sono loro che ci fanno imparare le cose ed è grazie a loro che noi siamo qui».

Lorenzo: «Per me gli adulti ci devono pure essere, ma pochi: un adulto ogni sette o otto bambini tipo; gli adulti servono a proteggerci e aiutarci a crescere, però dopo un po’ stressano».

Francesca: «Secondo me gli adulti ci dovrebbero essere, perché sono loro che ci danno la vita; è giusto loro che ci proteggano».

Riccardo P.: «Gli adulti comunque servono: sull’isola ci sono le montagne; uno sta facendo una camminata e scivola in un burrone e si spacca tutto qua, c’è bisogno [degli adulti]».

Stefano: «Noi avremmo bisogno degli adulti, perché gli adulti fanno lavori tipo come i poliziotti».

Estranei, stranieri

Mentre discutiamo di queste cose, succede una cosa imprevista. Un giorno alcuni bambini salgono sulla vetta più alta della montagna con di cannocchiali e binocoli per scutare il mare. A un certo punto, vedono in lontananza una nave: capiscono che si sta avvicinando all’isola, portando un buon numero di persone – uomini, donne, bambini – sconosciute. Che fare? Che fare? Ecco alcune idee:

«Si scappa», dice Roberto.

«Ci difendiamo», dice Matteo G.

Riccardo C.: «Gli chiediamo cosa vogliono e cosa ci fanno qui».

Riccardo L.: «Li accogliamo!». Anche Anna voleva dire così. Anche Vittoria.

«Vediamo che intenzioni hanno: se hanno buone intenzioni li accogliamo; se hanno delle intenzioni cattive li cacciamo via», dice Beatrice.

Stanley: «Se hanno intenzioni cattive, tipo rubare questo posto, ucciderci e poi prenderci le terre, noi ci difendiamo». Come capire le intenzioni? «Si vede cosa hanno: tipo delle armi e cercano di spararci da lontano. Se vengono qui da noi gli chiediamo cosa vogliono, ma anche noi siamo armati di qualcosa, ma non so bene di cosa perché non c’erano armi [sull’isola]». In effetti, finora non si era sentita l’esigenza.

Riccardo G.: «Sono d’accordo con Beatrice: secondo me prima di accoglierli nel posto in cui viviamo dobbiamo capire che persone sono, quali sono le loro intenzioni, perché sono qui». Come capire le intenzioni? Ci sono segnali da cui intuirle? «Si potrebbe anche chiederglielo, o se le persone si dimostrano un po’ malintenzionate, dobbiamo cacciarle dall’isola con la forza». Potrebbero diventare abitanti dell’isola per sempre, se non sono malintenzionate? Secondo Riccardo G., sì.

Paolo: «Accogliamo solo i bambini, perché i bambini non farebbero del male ad altri bambini; ma gli adulti potrebbero».

«Oppure potremmo chiedere ai bambini che intenzioni hanno gli adulti», suggerisce Riccardo G.

«Ma se i bambini sono piccoli…».

Riccardo pensa ai bambini, «perché i bambini sono un po’ più… non capiscono subito la situazione e lo dicono senza cautele». Mentre «se qualche adulto è malintenzionato mica te lo dice subito che vuole derubarti».

«E poi si controlla anche la nave», la si perquisisce.

Federico: «Si costruisce una specie di barriera molto lontana dall’isola, che quando arrivano queste barche, queste persone vanno su questa barriera e controllano cosa hanno e cosa stanno facendo. E se non fanno niente di male possono aprire e farli entrare». La barriera circonda l’isola da lontano: ci sono tanti fori per fare passare l’acqua. Lontana dall’isola per non essere vista e non dare fastidio agli abitanti dell’isola quando sono sulla spiaggia.

Riccardo P.: «Se vengono a conquistare l’isola, non è che fanno sbarcare i bambini. Li fanno restare sulle navi finché l’isola non è conquistata».

«Non è che si viene con una sola nave a conquistare l’isola», dice qualcuno.

«Come facciamo a perlustrare la nave se sono venuti a conquistarci?», dice Riccardo P.

Riccardo P. pensa anche a spuntoni di legno sulla spiaggia e delle barriere: «comunque ci si prepara; prepararsi alla difesa»: «Se arrivano sulla spiaggia e piantano una barriera con un loro simbolo, vuol dire che vogliono conquistarla. [Se fanno così] noi prima aspettiamo un attimo, poi si attacca».

Riccardo P. si alza per disegnare alla lavagna il sistema difensivo che ha immaginato.

Stefano: «Io farei così. Prima di tutto io, che non ci sono ancora i nemici, costruirei sotto al mare delle pale di legno con la punta appuntita come una matita e se tiro una corda che è nascosta quelle pale lì si alzano… che se la nave è vicino alla spiaggia, io tiro una corda che fa uscire dall’acqua dei pali grossi così e loro non si possono più muovere e da lì urlerei di fare uscire il capo e parlerei col capo». I pali appuntiti come matite sono pensati per circondare la nave, nel momento in cui passa da un punto particolare.

Gianluca: «Secondo me ci può essere anche un piccolo problema. Perché qualcuno, non mi ricordo chi, aveva detto che voleva chiedergli cosa ci facevano qui e quali erano le loro intenzioni. Ma se loro erano stranieri, come si fa?». Il problema in questo caso è la lingua.

Riccardo C.: «Ma se metti punte di legno le aiuti, perché la nave potrebbe ormerggiare lì».

Benedetta: «Io sono d’accordo con Federico, di costruire una barriera e una grande porta sulla barriera, per fare entrare quelli che riteniamo opportuno fare entrare e degli sbocchi per fare entrare e uscire l’acqua». Matteo G. parla di mura: una grande barriera di mura in questo caso, attorno all’isola (non al villaggio): «sulla sabbia, quando c’è la terraferma, attorno a tutto». In altri termini, rimarrebbe libera la spiaggia.

Complessivamente, a favore di barriere (di qualsiasi tipo, purché ci siano) sono 20 bambine e bambini su 35. Margherita è perplessa.

Carolina non vorrebbe barriere: «perché… l’isola dovrebbe essere aperta a tutti».

Gabriele vorrebbe le barriere perché «se tipo arrivano delle persone straniere, tu non sai cosa vogliono fare e possono provare a conquistare l’isola».

Emily non vorrebbe barriere «perché… perché se ci sono delle persone, dobbiamo fidarci». «Devi fidarti», ribadisce Emily.

Daniele: «Secondo me ci devono essere le barriere, perché un minimo di protezione comunque ce lo devi avere, e con le persone non sai mai quello che ti può capitare».

Troviamo qui il tema della contingenza introdotta dallo sconosciuto: non sappiamo cosa ci porta. Al confine, con l’ingresso dello sconosciuto, aumenta la dimensione della Chance, cioè si estende il campo delle probabilità, di quello che potrebbe accadere. Di conseguenza, sembra ridursi la nostra capacità di prevedere cosa accadrà: l’estraneo introduce “novità” che alcuni sono pronti ad accogliere, con fiducia; mentre altri sentono il bisogno di un “filtro”, di una distanza regolata attraverso barriere, sistemi di controllo, armi (essere “pronti a difendersi” e ad attaccare). Vedi anche l’Utopia di Firenze.

Beatrice: «Io dico che non ci dovrebbero essere le barriere, perché sennò sembra che gli abitanti dell’isola siano egoisti, che vogliono tutta la terra per sé e non vogliono mai stranieri».

Anna: «Io non vorrei le barriere, perché comunque è un’isola che non l’abbiamo costruita noi e quindi può essere aperta a tutti»; «è di tutti».

«Io non vorrei le barriere perché non ci devono essere differenze tra… cioè, siamo stati creati tutti uguali e non ci devono essere differenze», dice Vittoria. Non ci dev’essere una differenza così forte tra il “noi” e il “loro”, da indurre “noi” a escludere “loro”, gli altri, dallo spazio che noi abitiamo.

Riccardo G.: «Secondo me le mura non dovrebbero esserci. Allora, per prima cosa, perché sprecheremmo tempo e secondo…». Ci pensa. Intanto qualcuno interviene: «potrebbero sfondarle queste mura se hanno gli attrezzi adatti». «Già i Romani avevano gli spuntoni», per abbattere le mura. Riccardo G. continua a pensare intensamente all’idea che gli è sfuggita.

Stefano descrive così il suo sistema: «Per prima cosa io adotterei le barriere perché sono protettive. E la barriera che ho disegnato qua io è una barriera che la nave, se si avvicina vicino alla costa, le persone che ci sono lì avvistano che stanno arrivando nel punto in cui ci sono questa pale che sono nascoste nel pare e poi quando hanno localizzato che è giusto attivarle lì, le attivano e queste salgono».

Le pale formano una specie di gabbia nascosta che emerge quando la nave in arrivo è ad un certo punto. «A quel punto gli chiediamo cosa vogliono, gli chiediamo di fare uscire fuori il capo e così lo discutiamo. Così se vogliono qualcosa glielo diamo, se invece vogliono fare guerra…», ci prepariamo a difenderci.

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Marco C.: «Io non sono d’accordo con l’idea di Stefano: se proprio non arrivano al punto giusto e i pali si alzano, si rischia di ribaltare la nave». Dunque potremmo fare male, senza volerlo, a persone che si sono avvicinate con buone intenzioni.

Gianluca: «Ho cambiato idea sulle barriere. Perché ora che ci penso, solo perché noi siamo arrivati primi sull’isola, non vuol dire che è nostra. È sempre di tutti». Così abbiamo l’esempio di come, ascoltando idee di diverso tipo, si può cambiare idea.

Benedetta: «Anche io ho cambiato l’idea delle barriere. Non sono più d’accordo con Federico. Cioè, come ha detto Gianluca, l’isola non è nostra, non l’abbiamo creata noi; quindi se arriva qualcuno, o si contratta a parole, o se loro proprio vogliono fare guerra, succederà quello che succederà».

Notiamo così che Carolina e Emily hanno iniziato tra le prime ad andare contro corrente. Come aveva fatto anche, con un breve intervento all’inizio, Riccardo L., trovando il consenso di Anna e Vittoria. È stato come il piccolo avvio di una valanga che ha fatto cambiare idea.

Una bambina cambia idea sulle barriere, ma introduce un altro sistema di difesa articolato, basato sull’imboscata: «Anche io ho cambiato idea sulle barriere. Perché le barriere, prima cosa se la nave è grande la può sfondare. Può essere che la nave sia di ferro e il legno non resiste. E poi possiamo con quelli che arrivano, possiamo fare un’imboscata: per esempio, loro arrivano sulla spiaggia, subito dopo c’è un boschetto, alcuni di noi si mettono dei capelli di foglie o si travestono da cespugli e quando gli uomini sbarcano sull’isola per vedere com’è, i bambini di sicuro li lasceranno lì [sulla nave], dopo che tutti gli uomini sono venuti [sull’isola], noi entriamo dentro alla nave, prendiamo i bambini, li portiamo nel nostro villaggio che sarà nascosto da qualche parte; noi gli chiediamo tutto [ai bambini che abbiamo catturato], i bambini ci risponderanno e se non ci rispondono gli diciamo che i loro genitori o gli adulti che conoscono saranno molto sfortunati perché avranno delle brutte situazioni… diciamo come una leggenda per farli spaventare; [poi] li riportiamo alla nave e, se è buona l’intenzione [dei nuovi arrivati], li lasciamo restare; sennò li spaventiamo con gli spiriti eccetera, ci travestiamo da spiriti, come delle isole di cui si raccontano delle leggende e gli uomini si spaventano e scappano via con la nave».

Linda: «Anch’io ho cambiato idea sulle barriere. Prima avevo detto mezzo perché ero insicura, perché è importante proteggersi. Comunque l’isola non era nostra e adesso sono sicura che le barriere non ci vanno messe».

Vittoria: «Però io non sono d’accordo con quello che ha detto lei, perché così è minacciare i bambini».

La bambina di prima: «No, perché così ci dicono la verità, se non ce la vogliono dire. Non li vogliamo spaventare tantissimo, ma facciamo, se si agitano troppo e hanno paura, li tranquilliziamo con qualcosa. Non voglio farli proprio spaventare, ma voglio che mi dicano la verità».

Vittoria non concorda.

Beatrice: «Io sono d’accordo sull’idea che se non ce la vogliono dire [la verità], diciamo che è per il loro bene».

Stanley: «Sono d’accordo sull’idea di Federico e Daniele, però non sono d’accordo sull’altra idea [di rapire i bambini dalla nave], perché se noi entriamo nella barca, può essere che ci sia un ragazzino di quattordici o quindici anni che nasconde una pistola e quando noi li prendiamo ci spara».

Riccardo G.: «Mi è rivenuto in mente che secondo me non dovrebbero esserci le mura, perché secondo me l’isola, oltre che non è di tutti, non è di grande valore, non è ancora conosciuta in tutto il mondo. Quindi non è importante, non è un bersaglio di alcun attacco magari terroristico». Non corre questo rischio e non occorre prepararsi così alla difesa. L’isola poi, secondo Riccardo G., è di tutti e non soltanto di coloro che arrivano per primi a fondare lì il luogo in cui abitare.

Si conclude così la conversazione di Bergamo, con tante idee ancora in sospeso e in circolo. Questo gioco, come il gioco della democrazia e della politica, è infinito: le soluzioni che troviamo sono sempre provvisorie e spesso per trovare l’accordo serve molto più tempo di quello disponibile. Alcune decisioni sono state prese a grande maggioranza; altre hanno diviso gli abitanti dell’isola. Alcune ipotesi hanno richiesto di fare riferimento alla storia, altre sono state elaborate ex novo dall’immaginazione dei bambini e richiederebbero di approfondire con la ricerca e lo studio le condizioni di fattibilità, lo spazio che si apre tra esistente, desiderabile e possibile.

Così il viaggio è stato raccontato dall’amico giornalista Simone Casiraghi, su “L’Eco di Bergamo”.

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