Nord Centro Sud: tre utopie in corrispondenza (6. i confini e lo straniero)

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EPISODIO 6 (di 6)

Dopo aver fatto il punto sulle prime cose di cui avremo bisogno per vivere e sulle abitazioni, sulle regole dell’isola di utopia e su cosa succede a chi non le rispetta, abbiamo parlato degli adulti e in particolare dei genitori, considerando se possono essere ospitati sull’isola di utopia.

A questo punto, accade qualcosa d’imprevisto. L’isola sta prendendo forma, ma alcuni bambini andati sulla vetta della montagna più alta scorgono da lontano una nave in avvicinamento: è una nave con molte persone a bordo, donne uomini bambine e bambini. Guardando con un cannocchiale molto potente, ci accorgiamo di non conoscere nessuno. Si tratta di “stranieri”, “sconosciuti”… Che facciamo, pensando che molto probabilmente la nave arriverà all’isola?

Nota. Non riporto qui le trascrizioni dettagliate di tutte le conversazioni, ma le principali ipotesi emergenti dalla conversazione e dalla negoziazione tra i bambini, in modo che sia ben leggibile il confronto tra i quattro gruppi coinvolti. Il filosofo non assume qui la responsabilità di suggerire cosa è giusto o sbagliato (come potrebbe?), ma di segnalare ai bambini connessioni e tensioni possibili tra quanto essi stessi hanno detto. Le quattro scuole: TRENTO 1 (classe IIA, Scuola Clarina, Trento), TRENTO 2 (classe IIB, Scuola Clarina, Trento), ROSIGNANO SOLVAY (classe IIA, Scuola Europa), MAZARA DEL VALLO (classe IIB, Scuola Ajello). Sotto l’esposizione, si trovano maggiori dettagli sull’esperienza. Le utopie sono “in corrispondenza” perché le classi leggeranno i resoconti delle utopie dei coetanei, le commenteranno e si invieranno messaggi.

 

TRENTO 1

Solitamente questa situazione imprevista stimola una serie di risposte che arrivano rapide e devono essere successivamente confrontate e approfondite. Ecco le prime risposte:

«Guardiamo con il cannocchiale come si comportano»;
«Prepariamo dei cannoni in bambu per sparare contro la nave»;
«Li accogliamo bene»;
«Prepariamo delle zattere per scappare dall’isola»;
«Abbattiamo tutte le case e con il traghetto [su cui dormiamo di notte] andiamo in un’altra isola»;
dovremmo abbattere tutto «per non lasciare segni che siamo stati sull’isola», «per non essere inseguiti»;
«Parliamo e facciamo amicizia»;
«Se non sappiamo chi è, non sappiamo se ruba quella gente»;
«Scappiamo con la barca a motore»;
«Prepariamo le armi per vedere chi è più forte»;
«Gli parliamo e gli diciamo le regole»;
«Se parlano un’altra lingua, per esempio il tedesco, o hanno un’altra bandiera, capiamo che sono diversi da noi e dobbiamo mandarli via», dice un bambino; ma c’è chi fa notare che «anche noi siamo diversi, siamo tutti vestiti diversi»;
«Dobbiamo vedere se hanno armi o una bandiera col teschio»;
«Andiamo sulla nave e guardiamo cosa hanno»;
«Guardiamo come si comportano quando sono sull’isola»;
«Li facciamo stare due o tre giorni sull’isola per vedere come si comportano»;
«Andiamo con una zattera per conoscerli meglio».

Ci accorgiamo che le reazioni ipotizzate sono molte e differenti tra loro e che oscillano tra la propensione all’incontro, la propensione alla fuga e la propensione aggressiva. Ricordiamo peraltro che aggredire deriva dal latino adgredior, che letteralmente voleva dire “avvicinarsi” (andare verso), oltre che “assalire”, “accusare”, “intraprendere”. C’è un’ambiguità di fondo nella possibilità, che abbiamo, di avvicinarci agli altri. Riassumendo le molte posizioni ne sono emerse quattro prevalenti, che messe ai voti danno il seguente risultato:

  1. andiamo a conoscerli mentre sono sulla loro nave: 11

  2. li conosciamo quando sono arrivati sull’isola (vedendo e valutando come si comportano): 5

  3. li attacchiamo subito con i cannoni: 3

  4. scappiamo subito senza lasciare tracce: 2

 

stupore-straniero-dolomiti
Scriveva Jules Leclercq in Le Tyrol et le pays des Dolomites (1880) che “i selvaggi dell’Africa centrale provano meno stupore di loro alla vista di uno straniero”, riferendosi agli abitanti del Tirolo… Oggi ovviamente non è più così; le classi permettono a bambini con paesaggi originari lontani di conoscersi e interagire…

Il fatto di andarli a conoscere sulla loro nave si giustifica con l’esigenza di trovare un filtro, un espediente che permetta di conoscere chi sta arrivando prima di prendere la decisione sull’ospitalità da concedere. L’isola è sentita come “proprietà” al tempo stesso accogliente ed esclusiva. Non tutto può entrare: il timore è principalmente che i nuovi arrivati non siano disposti ad accettare l’esistente (regole, modi di vivere ecc.) turbando l’equilibrio che si pensa di avere raggiunto.


 

TRENTO 2

Anche qui le risposte arrivano in rapida sequenza, incalzanti:

«Ci nascondiamo, così non ci vedono e scopriamo se sono cattivi»;
«Scappiamo perché forse sono cattivi, e se ci nascondiamo magari ci trovano»;
«Nascondiamo gli animali»;
«Costruiamo una galleria per scappare con gli animali»;
«Costruiamo con il legno una grande nuvola, con il colore grigio, con la pioggia», per ingannarli, per farli andare via;
«Aspettiamo finché vengono e vediamo cosa hanno con sé»;
«Andiamo da loro a dire che sull’isola ci sono tanti animali e la natura e non bisogna rovinarla»;
«Costruiamo una macchina per andare dietro l’isola [dalla parte opposta a quella a cui loro arrivano] e spiarli»;
«Scappiamo con una nave»;
«Possiamo lasciarli venire perché forse sono gentili»; notiamo il duplice forse da elaborare: forse sono cattivi si diceva sopra, forse sono gentili si dice ora;
«Costruiamo delle trappole, ma solo per uomini» [in modo che non ci finiscano gli animali];
«Guardiamo cosa hanno con sé»;
«Bisogna organizzare i bambini per creare un problema e metterli alla prova, ad esempio mettendo un animale in mare e guardando se loro lo salvano»; [c’è chi obietta che così facciamo male all’animale, ma la bambina che ha proposto l’idea assicura che potremmo prendere tutte le precauzioni per proteggerlo];
«Costruiamo armi»;
«Se sono gentili li possiamo lasciare, se sono cattivi li attacchiamo» [nota: qui il “forse” riferito agli ospiti in arrivo si riflette sugli abitanti dell’isola: anche questi possono scegliere se essere gentili o cattivi];
«Difendiamo il nostro territorio»;
«Andiamo a dirgli che l’isola è stregata» [ancora una strategia di allontanamento basata sull’inganno];
«Li imprigioniamo».

laguardiaLa Guardia [Material cartográfico]: Frontiera della Gallizia col Portogallo

Come sopra, elaboriamo le risposte, cerchiamo motivazioni e approfondiamo i dubbi. Prevale l’idea di “controllare” – prima di ospitare – se sono “buoni” oppure no: si tratta di esplorare il forse che emerge… Anche se ricordiamo che non c’è chi è sempre e completamente “buono” e chi è sempre e completamente “cattivo”: non riusciamo a dividere il mondo in due parti distinte bene una volta per tutte…


 

ROSIGNANO SOLVAY

 Le prime risposte sono le seguenti:

«Li accogliamo e li controlliamo»;
«Potremmo prendere una barca e tagliargli la strada… così per esempio se vogliono avere l’isola tutta loro…»
«Quando la nave è ferma, un bimbo va sott’acqua e cambia posto alle eliche della nave e di mattino, quando quelli vanno a fare pranzo, un bimbo ha un filo attaccato fa una mossa e si accende [il motore]… li allontaneresti»
«Avvisarli di non prendere troppa isola»
«Volevo dire prima ci facciamo conoscere poi capiamo se sono gentili e accoglienti e se vogliono tutta l’isola li mandiamo via, se vogliono invece vivere con noi possono stare»
«Potrebbe anche essere una nave di detenuti [che buttano le bombe]… potrebbero fare cose cattive alla nostra e per proteggerci potremmo metterci filo spinato [una rete]»
«Secondo te quei bambini… i bambini tirano le bombe?» [lo dice pensando che sulla nave, come abbiamo detto, ci sono persone sconosciute, ma donne uomini bambine e bambini]
«Si sa che i bambini tirano anche le bombe»
«I bimbi non tirano bombe»
«Semmai i petardi»
«Però si potrebbe mettere anche filo spinato»
«E allora come si fa a controllarli?»
«Con delle telecamere»
«Mettiamo anche la scossa»
«Bisogna vedere se hanno delle armi per farci paura e prendersi tutta l’isola per loro / Se ce le hanno li mandiamo via, o si chiama la polizia»
«Ma s’era detto prima che la polizia non c’era sulla nostra isola»
«C’era una punizione dai genitori [per chi non rispetta le regole]!»
«Allora si bloccano le ali, si rigirano le eliche»
«Se gli sconosciuti non hanno le armi, io ci faccio un muro per la metà degli sconosciuti [cioè: se non hanno armi li ospitiamo e facciamo un muro per dividere la parte dell’isola riservata a loro e la nostra]»

labirinto-chartres
Il labirinto della cattedrale di Chartres. Diametro: 12,87 m.
Per andare dall’ingresso al punto di arrivo bisogna percorrere 261,5 m.

«Se sono cattivi si fa una parte nostra e dei cattivi e il giorno dopo si mandano via»
«Si costruisce un labirinto e ci si lasciano… e domani si vede se sono riusciti a uscire»
«E’ come un gioco!»
«Il labirinto, perché così… si confondono… e se trovano due uscite non sanno se quella è giusta o sbagliata»
«Però noi si sa…»
«Se una è di così li fa rientrare, se l’altra è diritta e li fa uscire…»
«se loro hanno qualcosa, dopo aver visto se loro sono buoni, e se loro rovinano un po’ della natura io li mando via con la nave»
«[Nel labirinto], se loro trovano l’uscita vera io li farei restare perché vediamo se sono bravi a trovare questa uscita… se sono tanti si dividono e se uno trova l’uscita li farei restare per vedere se sono abili… mi serve per vedere se fanno una certa compagnia.. con noi, tra abili [è una prova come le prove INVALSI]»

«Allora, tipo ho capito cosa intende lui [il bambino che ha proposto l’idea del labirinto]: tipo lui vuole fare questo, ce l’ha spiegato: forse ho capito il vero motivo; vuole vedere se sono buoni, cosa fanno, come cercano; se sono cattivi provano a mettere delle bombe vicino al vicolo cieco e lo mettono, poi tornano indietro, poi esplode… poi loro escono dal labirinto… // allora, vengono questi qui, allora… facciamo un’ispezione nella nave se ci sono delle armi li mandiamo via; se non ci sono li facciamo entrare e gli facciamo fare delle situazioni finte, fare finta che uno sia timido e vediamo lui cosa fa, delle situazioni se guardiamo… se è PREMUROSO e se è gentile e premuroso lo facciamo…» (Morgana). La bambina suggerisce dunque di creare situazioni simulate per mettere alla prova i nuovi arrivati.

«[Gli diamo una spinta, ad esempio]. Se dice: “perché mi hai dato una spinta?”… si capisce che è buono; se reagisce altrimenti… no…»
«Io li accoglierei, controllerei, e se non hanno niente li farei restare sull’isola e vedere come si comportano… [dopo la conversazione…]»

«Avrei solo una domanda: come facciamo a mandarli via?», chiede una bambina [se anche decidessimo di mandarli via, e sono cattivi, come potremmo fare?]
«Gli direi che, tipo, gli diciamo che abbiamo messa una sorpresa nella nave… e poi gli diciamo: “se andate un attimo vai, perché qui ci può essere anche della gente che fa un pochino di casino, andate un po’ dove eravate poi cercate”», insomma li inganniamo
«Si mettono dei vetri intorno all’isola così si fa credere che ci sono tante isole e credono che vanno in un’isola…»
«Possiamo dire che c’era un regalo sopra la nave e un genitore [che nel frattempo è andato] al posto di comando [della loro nave, al timone]… li può portare via»
«Dentro al labirinto ci sono due cartelli, dove c’è scritto in un cartello: “la strada è giusta”, però non è la giusta… e dove c’è scritto “la strada non è giusta” è giusta… e loro vanno nella strada dove c’è scritto che è giusta»
«Li cacciamo via dall’isola: li guardiamo così non prendono l’isola… gli dico: Andatevene via! E se non se ne vanno? Li inganniamo»
«Gli si fa credere che ci sono animali pericolosi tipo draghi, leoni»
«Ma se non sono convinti?»
«Bisogna essere professionisti!» [degli effetti speciali]

illustrazione-Historia-bestioni
Illustrazione dalla Historia de gentibus septentrionalibus

Qui, tra parentesi, discutiamo di Aristotele e del verosimile. Lo scambio di idee prosegue:

«Io invece di ingannarli con gli animali, ci farei un labirinto con degli specchi senza cartelli e se si confondevano… labirinto senza uscite»
«MA MORIREBBERO…»
«NON POSSONO USCIRE…»
«Possiamo controllare: con le telecamere oppure di notte un babbo o una mamma vanno a controllarli … perché le telecamere? Perché se i genitori non hanno voglia… ci sono le telecamere e si possono guardare… devono essere nascoste: se le vedono le possono spaccare…. o capire che li stiamo osservando o fingere…».

Prevale anche qui, con sfumature differenti, l’esigenza del controllo, del “mettere alla prova” chi è appena arrivato, come straniero e sconosciuto.


 

MAZARA DEL VALLO

 

Le idee qui si susseguono rapidamente, difficili da seguire per la rapidità con cui vengono dette. La cosa singolare, che non può ovviamente essere riferita nella sua vivezza a parole, è che mentre il filosofo scrive velocemente le idee che affiorano alla lavagna, i bambini lo circondano e verificano che stia scrivendo bene e tutto, aggiungendo cose e ripetendone. Ecco l’elenco che ne esce:

«Ci presentiamo» (Matteo)
«Offriamo del cibo» (vari bambine e bambini)

osteriaWilhelm Marstrand, Scena da osteria (1847)

«Dobbiamo essere educati» (Giulia)
«Li invitiamo sull’isola» (Emilia)
«Gli chiediamo chi sono» (Anna)
«Essere amici» (Beji)
«Essere buoni» (Letizia)
«Essere bravi» (Matteo)
«Gli diamo del cibo» (Jacopo); «condividiamo il mangiare» (Giulia); «diamo da mangiare soprattutto se sono poveri»
«Possiamo condividere la casa»
«Dobbiamo essere educati» (Martina)
«Possiamo fare un regalo e scambiare le cose» (Megido)
«Possiamo prestare» (Emily)
«Aiutarli in ogni cosa che hanno bisogno»
«Gli facciamo conoscere l’isola» (Milton)
«Li aiutiamo a costruire una casa» (Sofia)
«Possiamo giocare con loro» (Beji).

Pieter_Bruegel_the_Elder_-_Children's_Games_-_WGA3343Pieter Bruegel il vecchio. Giochi di bambini (1560)

Spicca qui la differenza tra le risposte della classe di Mazara del Vallo e quelle delle altre classi. I bambini non introducono elementi di filtro e controllo rispetto ai nuovi arrivati, che sono abituali nelle isole di utopia. Da un lato, occorre ricordare che l’esperienza non ha certo un valore statistico e che, a volte, come l’esperienza mi ha insegnato, su questo argomento due classi vicine della stessa scuola possono avere idee molto differenti, perfino agli antipodi. È pur vero, però, che dal 2005 in poi ho conversato con decine di classi sull’utopia (già più di cento, tra Toscana ed Emilia Romagna), e non ho mai trovato una posizione così netta, come in questa terra di confine per eccellenza che è Mazara del Vallo, più vicina alla Tunisia di quanto Trento sia vicina a Rosignano.

Un’implicazione interessante del progetto, che mette tre utopie in corrispondenza, è che ogni classe leggerà le utopie dei coetanei lontani e che i gruppi, con l’aiuto delle insegnanti, potranno comunicare, scambiarsi dubbi, consigli e idee… magari corredandoli di elementi e informazioni tratti da libri di testo, casi di cronaca e così via.

Concludo con una poesia di Wisława Szymborska

Oh, come sono permeabili le frontiere umane!
quante nuvole vi scorrono sopra impunemente,
quanta sabbia del deserto passa da un paese all’altro,
quanti ciottoli di montagna rotolano su terre altrui
con provocanti saltelli!

Devo menzionare qui uno a uno gli uccelli che trasvolano
che si posano sulla sbarra abbassata?
Foss’anche un passero-la sua coda è già all’estero,
benché il becco sia ancora in patria. E per giunta, quanto si agita!

Tra gli innumerevoli insetti mi limiterò alla formica,
che tra la scarpa sinistra e la destra del doganiere
non si sente tenuta a rispondere alle domande “Da dove?” e “Dove?”

Oh, afferrare con un solo sguardo tutta questa confusione,
su tutti i continenti!
Non è forse il ligustro che dalla sponda opposta
contrabbanda attraverso il fiume la sua centomillesima foglia?
E chi se non la piovra, con le lunghe braccia sfrontate,
viola i sacri limiti delle acque territoriali?

Come si può parlare di un qualche ordine,
se non è nemmeno possibile scostare le stelle
e sapere per chi brilla ciascuna?

E poi questo riprovevole diffondersi della nebbia!
E la polvere che si posa su tutta la steppa,
come se non fosse affatto divisa a metà!

E il risuonare delle voci sulle servizievoli onde dell’aria:
quei pigolii seducenti e gorgoglii allusivi!

Solo ciò che è umano può essere davvero straniero.
Il resto è bosco misto, lavorio di talpa e vento.

[da Elogio dei sogni, a cura di P. Marchesani, Adelphi, Milano]

NOTA: Il progetto coinvolge quattro classi seconde (Scuola primaria) di tre diverse regioni italiane: partendo da nord, la Scuola primaria Clarina di Trento (IC Trento 4), con le due classi IIA e IIB di Antonella Demattè e Giovanna Faes; la Scuola primaria Europa di Rosignano Solvay (I circolo didattico) con la classe IIA di Patrizia Cinagli e Amalia Chierchiello; la Scuola primaria Ajello di Mazara del Vallo, con la classe IIB di Vincenza Nastasi, con un’attività aggiuntiva e preziosa della Dirigente Eleonora Pipitone, che ha permesso di intrecciare l’esperienza nella scuola con camminate e scoperte nella città, dalla Qasba al mare. Il progetto “Utopie elementari e di confine” è stato premiato e reso perciò possibile nell’ambito del bando “La prima scuola” promosso dall’associazione Zalab.