Nord Centro Sud: tre utopie in corrispondenza (4. cosa succede a chi non rispetta le regole)

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Episodio 4 (di 6). Dopo aver fatto il punto sulle prime cose di cui avremo bisogno per vivere, sulle abitazioni e sulle regole dell’isola (di utopia), riflettiamo su una questione di cui si fa generalmente esperienza anche a scuola: capita che, anche se ci sono leggi e regole, non vengano rispettate. “C’è sempre qualcuno che non le rispetta, una volta o l’altra”. Che fare, allora, con chi non rispetta le regole?

Nota. Non riporto qui le trascrizioni dettagliate di tutte le conversazioni, ma le principali ipotesi emergenti dalla conversazione e dalla negoziazione tra i bambini, in modo che sia ben leggibile il confronto tra i quattro gruppi coinvolti. Il filosofo non assume qui la responsabilità di suggerire cosa è giusto o sbagliato (come potrebbe?), ma di segnalare ai bambini connessioni e tensioni possibili tra quanto essi stessi hanno detto. Le quattro scuole: TRENTO 1 (classe IIA, Scuola Clarina, Trento), TRENTO 2 (classe IIB, Scuola Clarina, Trento), ROSIGNANO SOLVAY (classe IIA, Scuola Europa), MAZARA DEL VALLO (classe IIB, Scuola Ajello). Sotto l’esposizione, si trovano maggiori dettagli sull’esperienza. Le utopie sono “in corrispondenza” perché le classi leggeranno i resoconti delle utopie dei coetanei, le commenteranno e si invieranno messaggi.

 

TRENTO 1

Ecco le idee che affiorano in prima battuta e che successivamente si confrontano nella conversazione. Considerando il caso di un bambino o di una bambina, ma anche di un grande, che non rispettino le regole, ci sono varie opzioni:

«Gli si dice di rispettarle, spiegandogli che se le rispetta può stare, altrimenti va via»
«Si mette in cella e si chiama la polizia»
«Gli si dice più di una volta che deve rispettarle: si danno tre possibilità e poi lo mandiamo via»
«Si prova a convincerlo».

Ad introdurre l’idea del convincere è una bambina. Ci chiediamo “come” sia possibile convincere.

Il filosofo ripensa qui alle Leggi di Platone e al fatto che il filosofo ritenesse necessario premettere alle leggi dei “proemi” con funzione esortativa (Leg. 720a, 722 e): come i giochi e i canti, i proemi hanno la funzione di “incantare” la psiche rendendola propensa a rispettare la legge.

scuola-atenePlatone e Aristotele nella Scuola di Atene di Raffaello

Ecco alcune idee dei bambini. Non pensano a proemi, ma a strategie che modificano toni e atteggiamenti:

«Chiedendo per favore»
«Chiedendo per piacere di non farlo»
«Sgridandolo»
«Facendogli vedere una cosa bella, ad esempio delle persone che salvano qualcuno con un elicottero».

È un bambino che propone quest’ultima idea, suggerendo che vedere azioni belle che comportano l’aiuto degli altri possa convincere una persona a comportarsi bene con gli altri, perché è una cosa bella vedere qualcuno che salva o si prende cura di un altro. Un gesto di cura e dedizione all’altro può suscitare un sentimento di bellezza che si ritraduce in cura, di rimando, per così dire. Un’altra ipotesi è: «convincerlo con belle parole [anziché sgridarlo] e regalargli qualcosa se fa il bravo». Qui, al filosofo che ha navigato tra tante utopie di bambini, torna in mente una considerazione di una bambina di seconda elementare (a San Vincenzo), che disse: “Alzare la voce non serve, perché non si sente dopo un po’: come quando con il telecomando alzi troppo il volume e non senti”. C’è una via di mezzo, una “medietas” tra l’alto e il basso, nel quale ci si può comprendere.

rimprovero-adamo-evaParticolare del Rimprovero di Adamo ed Eva di Domenichino (Domenico Zampieri)

Ora proviamo a capire perché può capitare che qualcuno non rispetta certe regole. Ne prendiamo una tra quelle elencate prima: non rovinare l’ambiente. Se c’è qualcuno che non la rispetta, perché lo fa?

«Perché rovinano l’ambiente: per loro è un gioco», «per loro è un gioco divertente»;
«Per lui [per chi rovina l’ambiente] non esistono regole»
«A lui non gli interessa [l’ambiente] e lo fa apposta»; «Lo fa apposta per cattiveria».

Un bambino introduce un’ipotesi ancora più definita, seguito poi da un altro:

«Lo fa per distrarsi: perché forse c’è chi parla male di lui, e lui lo fa per dimenticare chi parla male di lui; quindi, per farlo smettere bisogna smettere di parlare male di lui»;
«Oppure c’è chi si picchia e si spinge; e se uno viene trattato male e viene spinto a terra, poi butta le cose a terra»; in questo caso «si può risolvere parlando e non picchiando e non spingendo».

Qui emerge un’intuizione molto interessante, da elaborare successivamente: l’intuizione secondo cui chi viene trattato male [dagli altri], tratta a sua volta male [non solo gli altri direttamente, ma anche l’ambiente di vita comune a tutti]. Si può confrontare questo punto con quanto hanno osservato i bambini di Rosignano sul “prendere in giro”, mentre riflettevano sulle regole.

Se ne deduce – e c’è anche qui da approfondire – che la responsabilità di un comportamento che rovina l’ambiente è individuale, ma non soltanto individuale: occorre considerare la dimensione allargata della qualità delle relazioni in cui si vive.


 

TRENTO 2

La piega presa dalla conversazione nella costruzione di questa utopia ha impedito nel tempo previsto [2 ore] di approfondire questo aspetto [anche per evitare difformità di questo tipo, il “Gioco delle 100 utopie” dedicherà lo stesso tempo a tutte le classi coinvolte [tra le 4 e le 5 ore], in modo che le documentazioni raccolte siano confrontabili in toto.

 


 

ROSIGNANO SOLVAY

Consideriamo anche qui il caso di chi non rispetta le regole. Che si fa?

Si dice «Non lo fare più!».
Ma «lo può fare sempre» [nel senso che potrebbe pur sempre farlo], in questo modo.
Bisogna aggiungere almeno una «spiegazione».
Ma non basta. Si dice a chi non rispetta le regole di comportarsi diversamente e, alla seconda volta che non rispetta la regola, si manda fuori dall’isola oppure si chiama la polizia.

Alla spiegazione, che può essere persuasiva [ma non lo è sempre], si aggiunge un’altra strategia: «fare vedere esempi di come ci si comporta».

PARENTESI FILOSOFICA. Stiamo discutendo del quesito: cosa significa «seguire una regola»?

Nelle Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgenstein leggiamo che «‘seguire la regola’ è una prassi» [L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche (1953), trad. it. di R. Piovesan e M. Trinchero, Einaudi, Torino 1974, P. I, § 202]. Se a determinare il modo in cui le regole vanno seguite è una prassi, ne consegue che non possono essere a loro volta le regole a determinare una prassi, almeno non da sole. Una prima considerazione è dunque la seguente: «abbiamo bisogno anche di esempi», perché «le nostre regole lasciano aperte certe scappatoie, e la prassi deve parlare per se stessa» [L. Wittgenstein, Della certezza (1950-51), trad. it., Einaudi, Torino 1998, § 139]. L’esempio, tuttavia, diventa significativo se incontra una disposizione all’imitazione. Questa poi, a sua volta, tende a coagularsi in abitudini, usi e istituzioni [L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., P. I, § 199]. È su questo sfondo che il consenso e il seguire una regola diventano comprensibili e che, per contrasto, l’interpretazione che privilegia il mero concordare sulle opinioni appare parziale. Le regole sono, ad un tempo, standard di correttezza e istanze per la «strutturazione metodica del caso», come più in generale il linguaggio e la conoscenza [A.G. Gargani, Wittgenstein tra Austria e Inghilterra, Stampatori Ed., Torino 1979, p. 18 e p. 23]. Si apprende a seguire le regole in una prassi articolata – prima che da opinioni e argomentazioni – in esempi, imitazioni e abitudini.

Se non basta, lo si manda fuori dall’isola, in una casa che sia sua, con «un braccialetto per non uscire di casa». Oppure si potrebbe «chiuderlo da qualche parte per quattro giorni». Si mette al largo una barca “apposta per riflettere”. «Ma se lo mandiamo fuori – chiede qualcuno – come sta la sua famiglia?».

Una bambina propone un altro approccio: anziché punire, si fa presente a chi non ha rispettato una regola [l’esempio riguarda il “non picchiare”] che “non si fa così“: ma non dev’essere uno solo a dirlo, bensì tutti: «Un bambino, se picchia un bambino, TUTTI escono e dicono “così non si fa”» (Eva).

Se chi non rispetta le regole è un bambino, va mandato con i genitori; se è un adulto, va mandato in prigione.

 


 

MAZARA DEL VALLO

Le due soluzioni principali adottate in questi casi sono punizioni e scuse. Chi non rispetta le regole dovrebbe essere punito (ad esempio andare a letto senza cena) oppure invitato a chiedere scusa; si possono anche fare entrambe le cose. Ma con gli amici, in particolare, la cosa principale è chiedere scusa.

Quando un bambino o una bambina sbagliano bisogna dirlo ai grandi. Anche quando un grande sbaglia, bisogna dirlo ai grandi. Qui però si presenta un problema, uno sbilanciamento colto da Letizia: «I piccoli non possono rimproverare i grandi, dirlo ai grandi quando fanno cose contro le regole rimproverandoli…»; «sennò [i grandi] rimproverano», aggiunge Milton.

In generale si può anche pensare che «i grandi sono grandi e lo sanno quando sbagliano», come Sofia, ma Emily aggiunge che «può succedere anche che non capiscono quando sbagliano».

In tal caso potrebbero nascere problemi anche tra grandi, quando non sono d’accordo sul chi e sul come non sono state rispettate le regole. Questa circostanza è metaforicamente colta ed espressa da Beji con un’immagine che gli viene in mente a questo punto: «quando una Terra e un’altra Terra si scontrano, si spezzano», si frantumano… è questo il rischio quando due grandi pianeti cozzano l’uno contro l’altro. Tra grandi che non sono d’accordo sul rispetto delle regole, l’esito può essere quello della collissione, come tra pianeti… fatalmente attratti l’uno contro l’altro.

planets collision
Ricerca “planets collision” in Google (aprile 2015)

PARENTESI FILOSOFICA. Il filosofo Jean-Jacques Rousseau, nella lettera al marchese di Mirabeau del 16 luglio 1767, confessava la propria sfiducia nella possibilità di «trovare una forma di governo che metta la Legge sopra l’uomo»: riuscire a farlo consentirebbe di fondare un governo «buono e […] immune da abusi», ma il problema è analogo alla «quadratura del circolo in geometria». Tuttavia – prosegue Rousseau – finché le leggi non saranno al di sopra degli uomini «state certi che dove crederete di far regnare le leggi, regneranno invece gli uomini». [Cfr. l’Introduzione di E. Garin in J.-J. Rousseau, Scritti politici, trad. it. a cura di M. Garin, 3 voll., Laterza, Roma-Bari 1994; inoltre, sulla questione, si vedano di Rousseau le Considerazioni sul governo della Polonia (I), Stato della questione, negli Scritti politici, vol. 3, p. 179].

Ma come possono gli uomini regolare le proprie relazioni in un ordine che regga e sia ben definito? Una delle città invisibili di Italo Calvino, Ersilia, nella sezione La città e gli scambi, può essere presa come emblema del lavoro richiesto e del suo carattere paradossale: lo scrittore descrive una città che si sposta continuamente ogniqualvolta gli abitanti provano a ridisegnare le relazioni che li legano. Nessun tentativo di istituire un nuovo ordine regge: la ricerca di trame al tempo stesso più regolari e complicate non funziona e ogni tentativo è frustrato. Gli uomini cercano di dare una forma alle proprie relazioni, ma quelle relazioni assumono una forma che evidentemente non muta nel tempo in modo indeterminabile a priori e che non coincide con le intenzioni progettuali. Se non altro, a Ersilia sopravvive una tensione al cambiamento e la consapevolezza che tra l’esistente e il desiderato c’è uno scarto. Non sempre è così: «A Ersilia, per stabilire i rapporti che reggono la vita della città, gli abitanti tendono dei fili tra gli spigoli delle case, bianchi o neri o grigi o bianco-e-neri a seconda se segnano relazioni di parentela, scambio, autorità, rappresentanza. Quando i fili sono tanti che non ci si può più passare in mezzo, gli abitanti vanno via: le case vengono smontate; restano solo i fili e i sostegni dei fili. Dalla costa d’un monte, accampati con le masserizie, i profughi di Ersilia guardano l’intrico di fili tesi e pali che s’innalza nella pianura. È quello ancora la città di Ersilia, e loro sono niente. Riedificano Ersilia altrove. Tessono con i fili una figura simile che vorrebbero più complicata e insieme più regolare dell’altra. Poi l’abbandonano e trasportano ancora più lontano sé e le case. Così viaggiando nel territorio di Ersilia incontri le rovine delle città abbandonate, senza le mura che non durano, senza le ossa dei morti che il vento fa rotolare: ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma» [I. Calvino, La città e gli scambi 4, in Le città invisibili, Mondadori, Milano 2002, p. 76].

NOTA: Il progetto coinvolge quattro classi seconde (Scuola primaria) di tre diverse regioni italiane: partendo da nord, la Scuola primaria Clarina di Trento (IC Trento 4), con le due classi IIA e IIB di Antonella Demattè e Giovanna Faes; la Scuola primaria Europa di Rosignano Solvay (I circolo didattico) con la classe IIA di Patrizia Cinagli e Amalia Chierchiello; la Scuola primaria Ajello di Mazara del Vallo, con la classe IIB di Vincenza Nastasi, con un’attività aggiuntiva e preziosa della Dirigente Eleonora Pipitone, che ha permesso di intrecciare l’esperienza nella scuola con camminate e scoperte nella città, dalla Qasba al mare. Il progetto “Utopie elementari e di confine” è stato premiato e reso perciò possibile nell’ambito del bando “La prima scuola” promosso dall’associazione Zalab.