Nord Centro Sud: tre utopie in corrispondenza (3. bisogno di regole)

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EPISODIO 3 (di 6)

Dopo aver fatto il punto sulle prime cose di cui avremo bisogno per vivere e sulle abitazioni, iniziamo a parlare di “regole” o “leggi” dell’isola, chiedendoci innanzitutto se ne avremo bisogno. Non lo diamo per scontato e vediamo come il gruppo elabora una posizione su questo punto.

Nota. Non riporto qui le trascrizioni dettagliate di tutte le conversazioni, ma le principali ipotesi emergenti dalla conversazione e dalla negoziazione tra i bambini, in modo che sia ben leggibile il confronto tra i quattro gruppi coinvolti. Il filosofo non assume qui la responsabilità di suggerire cosa è giusto o sbagliato (come potrebbe?), ma di segnalare ai bambini connessioni e tensioni possibili tra quanto essi stessi hanno detto. Le quattro scuole: TRENTO 1 (classe IIA, Scuola Clarina, Trento), TRENTO 2 (classe IIB, Scuola Clarina, Trento), ROSIGNANO SOLVAY (classe IIA, Scuola Europa), MAZARA DEL VALLO (classe IIB, Scuola Ajello). Sotto l’esposizione, si trovano maggiori dettagli sull’esperienza. Le utopie sono “in corrispondenza” perché le classi leggeranno i resoconti delle utopie dei coetanei, le commenteranno e si invieranno messaggi.

TRENTO 1

Discutiamo poi di regole: il gruppo è inizialmente diviso a metà nel sostenere che sono necessarie (11) e che non sono necessarie (10) per vivere bene; dopo la conversazione in cui i sostenitori delle due ipotesi avanzano alcuni argomenti a favore della propria idea, c’è chi cambia posizione: si arriva a 13 bambini che sostengono che le regole sono necessarie, 7 che sostengono che non sono necessarie e una bambina che resta incerta.

Quali sono i motivi delle due posizioni?

Sì alle regole: per non farsi male; altrimenti tutti potrebbero rubare; per evitare confusione nel parlare; perché altrimenti nessuno va a scuola e si potrebbe fare finta di essere malati senza conseguenze, ma così non si impara.

No alle regole: perché così facciamo quello che vogliamo e i grandi non ci dicono cosa fare; se può capitare che tutti potrebbero rubare, si rimedia chiudendo bene la porta di casa; se può capitare che si faccia confusione nel parlare, si urla in modo da farsi ascoltare.

Considerando che la maggioranza opta per le regole, chiediamo di elencarne alcune. Le prime che vengono in mente sono: non rubare; non rovinare l’ambiente; non picchiare; non spaccare; non rompere; non farsi male; non litigare; non tagliare alberi, o solo quelli vecchi; non disegnare sulle mura delle case e così via.

non-rubare


TRENTO 2

Qui le regole sono state citate subito come la prima cosa di cui si ha bisogno.

La discussione prende a questo punto una direzione particolare e si parla di come passare il tempo sull’isola:

«facciamo il bagno d’estate»
«possiamo invitare gli amici a pranzo»
«diamo il cibo agli animali»
«raccogliamo conchiglie»
«se è inverno giochiamo a palle di neve, facciamo i pupazzi, costruiamo muri e buche per starci dietro, con bandierine di stoffa»
«andiamo a sciare»
«costruiamo giochi con la natura»
«giochiamo a palla»
«costruiamo barchette»
«costruiamo un parco giochi»
«facciamo pattinaggio su laghetti di ghiaccio»
«costruiamo case per animali»
«giochiamo con i cuccioli di altri animali»
«usiamo paglia e erba per costruire cose con i bastoncini»
«facciamo come una volta la maglia a mano, ma non solo le femmine, perché non è giusto»
«giochiamo con la sabbia»
«giochiamo nelle casette sugli alberi»
«facciamo passeggiate»
«possiamo andare in bici a vedere gli alberi in fiore in primavera»
«passeggiamo sulla spiaggia»
«raccogliamo fiori»

mare-sabbiaUno dei cartelli del Vicolo del pensiero bambino a Mazara del Vallo

Sono tanti giochi e attività: «Non possiamo farli tutti in una giornata: come facciamo a decidere?»

I bambini precisano che sull’isola non vorrebbero i videogiochi né l’elettricità (è un’ipotesi che torna spesso nelle utopie e che andrà approfondita a parte). Mentre sui videogiochi sono molto decisi, sull’elettricità introducono in seguito alcune eccezioni. L’idea è che con l’elettricità «si può inquinare» e che i cavi elettrici rendono brutto il paesaggio.

environmnet-googlePrimi risultati per chiave di ricerca “Environment” su Google (aprile 2015)

A proposito dei videogiochi:

«Se porti i videogiochi e giochi sempre con quelli non ti godi più la natura»;
«Ti affezioni a quelli e quando gli amici ti chiamano non li senti»;
«Non ti stacchi»;
«Fanno imbambolarci»;
«Quando stai giocando non ti ricordi più che sei al mare», la qual cosa, ossia dimenticarsi di dove si è, succede anche con altri giochi, ma meno.

Un bambino, tra le cose da fare, aggiunge che potremmo andare in giro per l’isola e guardare come sta la natura: «se un albero sta male, possiamo andare ogni giorno là e vedere come sta, se è storto, se cresce male»; prenderci cura «tipo dottori per la natura e per gli animali».

Si affaccia qui un’idea di intervento sulla natura diverso da quello oggi prevalente, ma con un suo carico d’ambiguità, già evidente prima quando si proponeva di intervenire in difesa delle prede contro gli animali carnivori auspicandone di fatto l’estinzione.

Passiamo alla scuola. Nessuno la vorrebbe sull’isola come la scuola è adesso.

«Cambiamo regole»;
«Più ore di ricreazione per giocare»;
«Invece di stare in classe a scrivere tante cose, si gioca come in sala giochi»;
«Facciamo gli autoscontri a pedali»;
«Un trampolino gigante»;
«Uno spazio per il calcetto»;
«Lo schermo per il cinema»;
«Portiamo i cavalli nella scuola» [ricordando un’esperienza fatta l’anno scolastico passato];
«Non ci sono maestri che ci fanno studiare e scrivere»;
«Mettiamo uno scivolo gigante con le palline in fondo»;
«Trasformiamo la scuola in un luna park». A questo proposito, si fa notare che in tal caso potrebbe diventare necessaria la corrente elettrica. Allora si possono usare «distributori di elettricità» in una buca nella spiaggia (oppure, per un bambino che mette in guardia dal rischio di costruire buche, cavi di elettricità direttamente calati nel mare o nell’oceano attorno all’isola, ben protetti).

classe-clarina-tnClasse della scuola Clarina (Trento, 2014)

Una bambina, dopo queste ipotesi che hanno condotto alla scuola-luna park, ricorda a tutti che «abbiamo bisogno di studiare, per capire come sono gli alberi». Poiché i compagni prima hanno molto insistito sull’esigenza di prendersi cura della natura, la bambina insiste su questo punto [capire come funziona la natura] per ricordare a tutti che non si riesce a fare ciò che si è detto senza dedicare del tempo allo studio.

Questo avvertimento avvia una nuova fase della conversazione sulla scuola, in cui continuano ad esserci nuove regole e nuovi scenari, ma tali da combinare gioco, scoperta e studio in modo nuovo rispetto a prima:

«A scuola non bisogna iscriversi e si va liberamente a fare le lezioni»;
«Si fanno delle pause gioco, non troppo lunghe»;
«Andiamo nei cortili a esplorare le piante»;
«Si fanno meno ore [non il pomeriggio dunque], anche senza ricreazione»;
«Si costruisce una ruota panoramica per vedere dall’alto e studiare da lì»;
«Potremmo fare uno scivolo trasparente indistruttibile d’acqua che parte dalla scuola e va a girare tutta l’isola, tutto il mondo»! Dallo scivolo si gira e si vede com’è fatto il mondo studiandolo: la scuola diventa itinerante, una scuola in viaggio, in movimento attraverso i mondi da scoprire.

L’idea merita di essere elaborata ancora di più.


 

ROSIGNANO SOLVAY

Ecco l’elenco di regole, nell’ordine in cui sono state pronunciate e accettate dal gruppo:

«non si prende in giro»
«non si ride degli altri» («altrimenti si possono ferire i sentimenti degli amici»)
«non si picchia; non si dicono parolacce»
«non si inquina»
«non si spinge»
«non si tagliano gli alberi»
«l’isola non si tratta male»
«non fare sgambetti e dispetti»
«non si fanno giochi pericolosi e non si portano cose pericolose»
«non si fa la lotta»…

Dopo le regole introdotte dal “non”, proibitive, arriva una regola formulata diversamente: «dobbiamo sempre cercare un accordo». Ne seguono altre: «dobbiamo rispettare le cose degli altri»; «dobbiamo rispettare le regole»; «non si attirano gli altri dicendo bugie».

Una bambina attira l’attenzione sull’emozione della rabbia: «Se in questa vita tutti si arrabbiano, questo paese diventa di rabbia e tutti andrebbero via» (Eva). «E quelli che vogliono vivere nella rabbia rimarrebbero da soli». «è come se ti risucchiasse e non ti salvi» (Niccolò).

La discussione prosegue, ma in modo imprevisto emerge un approfondimento sulla prima regola menzionata, quella del «non prendere in giro». Si sta parlando di altro, a dire il vero: c’è chi ha detto che sarebbe bello fare feste sulla spiaggia, ballando e cantando attorno a un fuoco. Ma un bambino solleva un problema, che poi viene precisato da una bambina. Per il bambino, potrebbe non essere bello fare queste feste, perché non è bello per chi in quelle situazioni si sente escluso.

bruegel-danza-contadiniBruegel. Danza di contadini (circa 1568)

Una bambina aggiunge che chi non sa ballare bene, si sentirà presa in giro forse…: «c’è della gente che, se uno balla e canta male, ridono e prendono in giro». «Se una è stonata e non sa cantare che fa?»; «Ci prova, non ci rinuncia!», dice un’altra bambina; «No, io mi vergogno!», ribatte la prima.

Ci accorgiamo così che anche nel momento della festa può nascere tristezza sull’isola. Che fare? Si elaborano alcune strategie:

«imparare insieme»
«gli si prende la mano e gli si insegna [a chi è timido]»
si insegna a chi prendere in giro a non prendere in giro «dicendo: e se capitasse a te?»
si impara a «scusarsi»
si può «insegnare di nascosto»
si danno «consigli»

Qualcuno ritiene che non basta a convincere chi di solito prende in giro, il fatto di dirgli: «E se capitasse a te?». Bisognerebbe invece prendere in giro anche lui, per farglielo capire davvero. Ma non tutti sono d’accordo, anzi, affiorano varie possibilità:

Se chi prende in giro viene preso in giro a sua volta:

 – non capisce
– si arrabbia
– forse se ne pente
– forse capisce
– forse si vendica
– forse non lo fa più
– ci si picchia
– riprende in giro noi: non si trova un accordo…

Insomma, si scopre che c’è dell’imponderabile nelle reazioni degli altri ai nostri comportamenti. E se il prendere e riprendere in giro genera una specie di cerchio, può diventare vizioso, come un vortice che trascina giù, verso il basso… si prende in giro, si riprende in giro, si viene presi in giro e così via. Quando mai ci si fermerà? Come possiamo imparare a non finire in questo “vortice”?


 

MAZARA DEL VALLO

Le regole saranno necessarie, sull’isola di utopia. Per i bambini non ci sono dubbi al riguardo. Questo punto può essere ben collegato alla preoccupazione emersa in questo gruppo per la ricerca di un buon equilibrio tra l’essere vicini e lontani: c’è una preferenza netta per l’essere vicini e per lo stare insieme, con l’esigenza di auto-contenersi ed auto-regolarsi per non entrare in contrasto e antagonismo con gli altri.

Ecco le prime regole che vengono in mente, che riguardano al tempo stesso l’ambiente in cui si vive e le relazioni con gli altri – tratto costante peraltro delle utopie dei bambini:

«non buttare le cartacce»
«non dire le parolacce»
«rispettare gli alberi che danno l’ossigeno buono»
«non dare le botte»
«non buttare le cose quando si mangia»
«non gettare rifiuti nella strada»
«non tagliare i fiori»
«non buttare lattine nel mare»
«non inquinare con il petrolio»
«non fare il bagno senza i genitori, perché può essere pericoloso».

Si coglie qui una correlazione tra il fare male agli altri (con parole o botte) e il trattare male l’ambiente, in cui si vede un elemento comune: in entrambi i casi, anche se in modi diversi, il male fatto torna indietro prima o poi a chi lo fa, o può tornare indietro: a chi lo fa oppure ad altri che sono amici di chi lo fa.

Le cose buttate sporcano e inquinano e ci privano della possibilità di godere del posto in cui siamo (da notare che proprio nel mese di aprile 2015 viene ribadito il divieto di balneazione nel lungomare antistante la città di Mazara del Vallo – per l’inquinamento residuo provocato dagli scarichi fognari, peraltro ormai chiusi con l’entrata in funzione del depuratore avvenuta nel marzo 2014). Analogamente, le cose cattive fatte agli altri ci privano della possibilità di vivere bene con loro, di cercare in modo sereno il modo migliore per essere “vicini” innanzitutto, e lontani nel caso lo si voglia o ce ne sia bisogno.

litigio-boschLa rissa, in Trittico del carro di fieno (H. Bosch)

NOTA: Il progetto coinvolge quattro classi seconde (Scuola primaria) di tre diverse regioni italiane: partendo da nord, la Scuola primaria Clarina di Trento (IC Trento 4), con le due classi IIA e IIB di Antonella Demattè e Giovanna Faes; la Scuola primaria Europa di Rosignano Solvay (I circolo didattico) con la classe IIA di Patrizia Cinagli e Amalia Chierchiello; la Scuola primaria Ajello di Mazara del Vallo, con la classe IIB di Vincenza Nastasi, con un’attività aggiuntiva e preziosa della Dirigente Eleonora Pipitone, che ha permesso di intrecciare l’esperienza nella scuola con camminate e scoperte nella città, dalla Qasba al mare. Il progetto “Utopie elementari e di confine” è stato premiato e reso perciò possibile nell’ambito del bando “La prima scuola” promosso dall’associazione Zalab.